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Travel writing

Civita, la città che muore

A visit to Civita di Bagnoregio, the tiny village on a crumbling hill in northern Lazio, reached only by a long footbridge.

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Words to know (11)
  • sgretolarsi · to crumble
  • il calanco · badland gully (clay)
  • l'argilla · clay
  • pedonale · pedestrian (adjective)
  • il tufo · tuff (volcanic stone)
  • i proventi · proceeds
  • l'edera · ivy
  • il frantoio · olive press
  • il pergolato · pergola
  • a strapiombo · overhanging a sheer drop
  • in punta di piedi · on tiptoe; very carefully

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La prima volta che la si vede, Civita di Bagnoregio sembra un'illusione. Un piccolo borgo medievale, con le case di pietra dorata e un campanile, appoggiato sulla cima di una collina che si sta lentamente Intorno, una valle di cioè pareti di grigia scavate dalla pioggia, che ricordano un paesaggio lunare. L'unico collegamento con il mondo è un ponte lungo e stretto, sospeso nel vuoto. Non a caso la chiamano “la città che muore”.

Civita si trova nell'alto Lazio, nella Tuscia, a metà strada tra Roma e Firenze, vicino al lago di Bolsena. Fu fondata dagli Etruschi più di duemilacinquecento anni fa, su un altopiano di una roccia vulcanica tenera e porosa. Per secoli fu un paese vivace, collegato agli altri da strade e campi. Poi l'erosione, aiutata da terremoti e frane, cominciò a mangiarsi la collina pezzo per pezzo. Le case sul bordo crollarono nel vuoto, le strade scomparvero. Alla fine rimase soltanto il nucleo centrale, isolato come un'isola in un mare

Oggi a Civita vivono stabilmente pochissime persone, una decina secondo gli ultimi dati. In compenso, ogni anno arrivano centinaia di migliaia di visitatori. Per attraversare il ponte si paga un biglietto, i cui servono anche a finanziare il monitoraggio e il consolidamento della collina. La salita è ripida e, nelle giornate di vento, il ponte vibra leggermente. Io l'ho percorso in una mattina di marzo, con le nuvole basse che coprivano la valle, e per qualche minuto ho avuto l'impressione di camminare nel cielo.

Una volta entrati dalla porta di Santa Maria, l'antico ingresso scavato nella roccia, il tempo sembra fermarsi. Le stradine sono strette e silenziose, le case coperte di e di gerani. Nella piccola piazza c'è la chiesa di San Donato, con un crocifisso di legno molto venerato. In un angolo, un vecchio scavato nel conserva ancora la macina di pietra con cui, fino a qualche decennio fa, si faceva l'olio. In fondo al paese, un belvedere si affaccia sui è lì che si capisce davvero quanto sia fragile questo posto.

Ho pranzato in una delle poche trattorie del borgo, all'aperto, sotto un Il proprietario, nato a Civita ma oggi residente a Bagnoregio, il paese vicino, mi ha raccontato che da bambino faceva la strada a piedi, ogni giorno, per andare a scuola. “Allora c'era ancora una strada”, ha detto. “Adesso c'è il ponte, e c'è la gente. Prima moriva di solitudine. Adesso, forse, rischia di morire di troppa folla.” Ha sorriso, ma senza allegria.

Il dilemma di Civita è quello di molti luoghi fragili d'Italia: il turismo l'ha salvata dall'abbandono, ma la mette alla prova. Le autorità hanno introdotto il biglietto anche per regolare i flussi, e nei mesi di si discute di limitare gli ingressi. Gli abitanti chiedono rispetto: niente urla, niente rifiuti, niente selfie sui muretti a Sono regole semplici, che dovrebbero valere ovunque.

Al tramonto, tornando indietro sul ponte, mi sono voltato a guardare il borgo un'ultima volta. La luce arancione lo faceva sembrare sospeso, quasi irreale. Ho pensato che venire qui sia un privilegio, perché non è detto che fra cent'anni Civita sarà ancora lì. E proprio per questo, chi la visita dovrebbe farlo in di piedi.

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1. How can visitors reach Civita?

2. Why is Civita called "the dying city"?

3. What does the trattoria owner say about Civita today?

4. How does the writer think visitors should behave?