Opinion column
Elogio del pranzo della domenica
A columnist defends the long, noisy Italian Sunday lunch against busy schedules, diets and the temptation to skip it.
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Words to know (11)
- pizzicare · to pinch
- il contorno · side dish
- l'ammazzacaffè · after-dinner liqueur
- sparso · scattered
- l'allenamento · (sports) training
- oscuro · dark
- i fornelli · stove, cooker
- la lite · quarrel
- il rendimento scolastico · school performance
- il disturbo alimentare · eating disorder
- la portata · course (of a meal)
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Da bambino odiavo il pranzo della domenica. Durava quattro ore, cominciava a mezzogiorno e mezzo e finiva quando ormai fuori faceva buio. Bisognava mettersi i vestiti buoni, salutare zie che ti le guance, ascoltare discussioni infinite sulla politica e sul calcio, e soprattutto mangiare: antipasto, primo, secondo, frutta, dolce, caffè e, per gli adulti, Io guardavo dalla finestra i miei amici che giocavano in cortile e mi sentivo un prigioniero.
Oggi, a cinquant'anni, mi accorgo che quel rito sta scomparendo, e mi manca in modo quasi fisico. Le famiglie sono più piccole e più I figli vivono in altre città, a volte in altri paesi. Si lavora anche nel fine settimana, i turni non coincidono, i ragazzi hanno gli gli adulti hanno le diete. Il pranzo della domenica si riduce spesso a un piatto di pasta mangiato in fretta, ognuno con il proprio telefono accanto al piatto. Quando va bene.
Non voglio idealizzare il passato. Il pranzo della domenica di una volta aveva anche i suoi lati Chi lo cucinava erano quasi sempre le donne, che passavano la mattina ai mentre gli uomini leggevano il giornale. Le discussioni a tavola potevano diventare feroci, e certi silenzi pesavano più delle parole. Molti ricordano quei pranzi come un obbligo, non come una festa. È giusto riconoscerlo.
Eppure, al di là della nostalgia, credo che quel rito svolgesse una funzione che oggi non sappiamo più sostituire. Era l'unico momento della settimana in cui tre o quattro generazioni si trovavano nella stessa stanza, costrette a parlarsi. Il nonno raccontava la guerra, la zia raccontava il suo primo lavoro, il cugino adolescente annunciava, con aria di sfida, che voleva fare il musicista. Si litigava, sì, ma ci si ascoltava. E i bambini, anche quelli che come me guardavano dalla finestra, imparavano senza saperlo da dove venivano.
Gli studiosi lo confermano: i pasti condivisi regolarmente in famiglia sono associati, nei bambini e negli adolescenti, a un migliore scolastico, a un minore rischio di alimentari e a una maggiore capacità di esprimersi. Non è il cibo a fare la differenza, ma il tempo passato insieme intorno a un tavolo, senza distrazioni. In questo senso, il pranzo della domenica era una scuola che nessuno sapeva di frequentare.
Non propongo di tornare alle quattro ore e alle sette Propongo una versione più leggera, più giusta e più moderna. Che cucinino tutti, a turno, uomini e donne, giovani e anziani. Che si accetti chi viene in ritardo e chi deve andare via presto. Che si lascino i telefoni in un cesto all'ingresso, come si lasciavano una volta i cappotti. E che, una volta al mese almeno, si faccia lo sforzo di sedersi tutti insieme, anche se costa fatica.
Qualche domenica fa ho invitato i miei figli, ormai grandi, e i loro compagni. Ho cucinato le lasagne di mia madre, male, e il pranzo è durato tre ore. Si è discusso di tutto, si è riso, mia figlia e io abbiamo litigato sul clima e poi fatto pace davanti al tiramisù. A un certo punto ho visto mio nipote, sei anni, che guardava fuori dalla finestra con l'aria annoiata. Gli ho sorriso. Un giorno, forse, capirà anche lui.
Comprehension check
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1. How did the writer feel about Sunday lunch as a child?
2. Which "dark side" of the old Sunday lunch does the writer mention?
3. What do studies show about regular family meals, according to the text?
4. Which is part of the writer's modern proposal?