Opinion column
Il calcio che ci divide
A columnist who doesn't like football reflects on why, in Italy, it still matters so much, even to people who never watch it.
Tap a dotted word for its meaning.
Words to know (11)
- la formazione · line-up (of a team)
- il fuorigioco · offside
- il calcio d'angolo · corner kick
- l'amministratore delegato · CEO
- il campanilismo · local rivalry, parochialism
- il coro · chant
- il rigore · penalty kick
- il campionato · league
- disprezzare · to despise
- infastidire · to annoy
- la compassione · pity, compassion
Select any text to highlight it, or a word to translate it or save it to your flashcards.
Devo fare una confessione che, in Italia, rischia di costarmi qualche amicizia: il calcio non mi interessa. Non so a memoria la di nessuna squadra, confondo il con il calcio e, la domenica pomeriggio, preferisco fare una passeggiata. Per anni ho vissuto questa indifferenza come una piccola colpa. Ogni lunedì mattina, al bar o in ufficio, mi sentivo escluso da una conversazione che coinvolgeva tutti, dall'amministratore all'addetto alle pulizie.
Con il tempo, però, ho capito che per molti italiani il calcio non è soprattutto uno sport. È un linguaggio. Si tifa per la squadra della propria città, o per quella del padre, o del nonno, e quella scelta, fatta da bambini, dura tutta la vita. Si può cambiare moglie, partito, religione, ma non squadra, dice un vecchio proverbio. Dichiarare la propria fede calcistica significa dire da dove si viene, a quale famiglia si appartiene, a volte perfino come si guarda il mondo.
Questo linguaggio ha un potere straordinario di unire. Ho visto colleghi che non si sopportavano abbracciarsi davanti a un gol all'ultimo minuto. Ho visto, durante un Mondiale, intere piazze di sconosciuti cantare insieme l'inno nazionale, ragazzi figli di immigrati con la maglia azzurra accanto a pensionati con la bandiera tricolore. In un paese che fatica a sentirsi una nazione, il calcio è stato per decenni uno dei pochi momenti in cui il Nord e il Sud, la destra e la sinistra, gridavano la stessa cosa.
Ma lo stesso linguaggio ha anche un lato oscuro. Le rivalità tra città, alimentate da secoli di possono trasformarsi in odio. Negli stadi si sentono ancora razzisti e insulti territoriali, rivolti a interi popoli o regioni. Episodi di violenza tra tifosi, per fortuna meno frequenti di un tempo, hanno causato feriti e perfino vittime. Ed è difficile non provare imbarazzo quando le trasmissioni sportive dedicano ore di discussioni accese a un dubbio, mentre problemi molto più seri restano senza commento.
C'è poi una questione economica che non si può ignorare. Il calcio professionistico è diventato un'industria enorme, in cui i grandi club sono spesso di proprietà di fondi internazionali e i calciatori più famosi guadagnano in un anno quello che un insegnante guadagna in diverse vite. I tifosi, che una volta erano il cuore delle squadre, si sentono a volte trattati come semplici clienti. Non è un caso che, in molte città, stiano nascendo piccole squadre popolari, gestite dai tifosi stessi, che giocano nei minori e rifiutano gli sponsor.
Non diventerò mai un tifoso, credo. Ma ho smesso di sentirmi in colpa e, soprattutto, ho smesso di il calcio. Ho capito che quello che mi la violenza, il razzismo, il denaro, non è il calcio in sé, ma quello che la società ci mette dentro. E che quello che mi commuove, la gioia condivisa di una piazza, il legame tra un nonno e un nipote allo stadio, è ugualmente nostro.
L'altro giorno mio figlio, otto anni, mi ha chiesto per quale squadra tifassi. Gli ho risposto la verità: per nessuna. Lui mi ha guardato con un'aria di profonda Poi mi ha detto: “Allora tifa per la mia, papà. Così almeno parliamo di qualcosa il lunedì.” Ci sto pensando seriamente.
Comprehension check
0/4 answered
1. How did the writer feel about not liking football?
2. According to the writer, what does declaring your team say about you?
3. Which negative side of football does the writer mention?
4. What did the writer's son suggest?