Opinion column
Il mito del posto fisso
A columnist looks at the Italian dream of the permanent job, why her parents' generation loved it, and why her children's generation may not.
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Words to know (11)
- il traguardo · goal, finishing line
- licenziare · to fire, dismiss
- la tredicesima · thirteenth-month salary (paid in December)
- timbrare il cartellino · to clock in
- a tempo determinato · fixed-term
- la partita IVA · VAT number (self-employed status)
- fuori portata · out of reach
- dimettersi · to resign
- la precarietà · job insecurity
- la tutela · protection, safeguard
- rimpiangere · to regret, long for
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Quando ho finito l'università, mia madre mi ha regalato un libro di quiz per prepararmi ai concorsi pubblici. Non era un suggerimento: era una benedizione. Per lei, come per milioni di italiani della sua generazione, non esisteva più alto del “posto fisso”, possibilmente statale. Un lavoro da cui nessuno ti avrebbe mai con uno stipendio sicuro, la a dicembre e una pensione garantita. Che il lavoro fosse interessante era un dettaglio secondario.
Sarebbe facile ridere di questo mito, e infatti è stato preso in giro per decenni, al cinema e nelle barzellette. L'impiegato pubblico che il e poi va a fare la spesa è diventato una maschera nazionale, come Pulcinella o Arlecchino. Ma prima di ridere, bisognerebbe capire da dove veniva questo sogno. I nostri genitori e nonni erano cresciuti in un paese povero, che usciva dalla guerra, dove l'emigrazione era ancora una realtà quotidiana. Per loro la sicurezza non era noia: era dignità.
Il mondo, nel frattempo, è cambiato. Il posto fisso esiste ancora, ma è sempre più raro, soprattutto per i giovani. Molti contratti sono a tempo con rinnovi di sei mesi in sei mesi. Altri lavorano con la partita cioè come liberi professionisti, anche quando in pratica hanno un solo cliente e un orario da dipendenti. Per una parte importante della mia generazione, la stabilità che sognavano i nostri genitori è semplicemente fuori
Eppure, in modo inatteso, qualcosa si sta muovendo anche nel senso opposto. Ho amici che hanno vinto un concorso e, dopo pochi anni, si sono per aprire una piccola attività o trasferirsi all'estero. Ho colleghi più giovani che, quando parlano del loro futuro, non usano mai la parola “sicurezza”, ma “crescita”, “senso”, “equilibrio”. Molti di loro rifiuterebbero un lavoro ben pagato se li costringesse a stare chiusi in un ufficio dalle otto alle diciotto. I miei genitori avrebbero considerato questa scelta una follia. Io non ne sono più così sicura.
Non voglio idealizzare la Chi non sa se fra sei mesi avrà ancora uno stipendio non può fare progetti, non può chiedere un mutuo, spesso rinuncia ad avere figli. Che in Italia si facciano sempre meno bambini dipende anche da questo. Sarebbe ipocrita, da parte di chi un lavoro sicuro ce l'ha, raccontare ai giovani che la flessibilità è una meravigliosa avventura.
Il problema, forse, è che ci siamo abituati a pensare in termini di due sole possibilità: il posto fisso noioso ma sicuro, o il lavoro interessante ma precario. Come se non esistesse una terza strada. Altri paesi europei sono riusciti, almeno in parte, a costruire sistemi in cui si può cambiare lavoro senza perdere tutto, perché esistono che accompagnano la persona, non il singolo posto. È su questo, credo, che dovremmo discutere, invece di un'epoca che non tornerà.
Il libro di quiz che mi aveva regalato mia madre è ancora sulla mia libreria. Non l'ho mai aperto. Ho fatto altre scelte, alcune giuste e altre no. Ma l'altro giorno, quando mia figlia mi ha detto che vuole fare la fotografa, mi sono sorpresa a pensare: “Sì, ma non sarebbe meglio un posto fisso?” Certi miti, a quanto pare, sono più resistenti di qualsiasi contratto.
Comprehension check
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1. What did the writer's mother give her after university?
2. Why, according to the writer, did older generations value the permanent job so much?
3. What does the writer say about precarious work?
4. What does the ending show?