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Short story

Il medico condotto

Basilicata, 1952: a young doctor from Turin is posted to a village where nobody trusts him and everybody goes to the old healer instead, until a sick child forces the two of them to work together.

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Words to know (11)
  • il medico condotto · municipal country doctor
  • l'ambulatorio · doctor's surgery, clinic
  • partorire · to give birth
  • la diffidenza · mistrust
  • senza giri di parole · without beating about the bush
  • fradicio · soaked
  • moribondo · dying
  • sbrigarsi · to hurry up
  • la garza · gauze
  • l'orzo · barley
  • la casalinga · housewife

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Il dottor Giorgio Ravera arrivò a San Mauro Forte, in provincia di Matera, come medico nell'autunno del 1952, con una laurea in medicina presa a Torino con il massimo dei voti, una borsa di cuoio piena di strumenti nuovissimi e la convinzione, tipica dei giovani e dei piemontesi, che la scienza fosse in grado di risolvere qualsiasi problema purché lo si affrontasse con metodo. Il Comune gli aveva assegnato un con due stanze, un lettino, un armadietto di vetro e una finestra che dava sulla valle. Per tre settimane non entrò nessuno.

Non era che in paese non ci fossero malati. Ce n'erano moltissimi: bambini con la febbre, vecchi con la tosse, donne che in casa con l'aiuto della vicina. Ma tutti, invece di salire scendevano in fondo al paese, in una casa bassa con la porta sempre aperta, dove abitava una donna che tutti chiamavano zia Carmela. Aveva settant'anni, era vedova da quaranta, e curava qualsiasi cosa con le erbe, l'olio, le preghiere e una pazienza infinita. Il dottor Ravera la chiamava, nelle lettere alla fidanzata, “la strega”.

Provò a vincere la con i metodi che aveva imparato. Affisse in piazza un manifesto sull'igiene dell'acqua. Fece una conferenza in parrocchia sulle vaccinazioni, a cui assistettero il parroco, due carabinieri e una capra che era entrata per sbaglio. Andò di casa in casa a offrire visite gratuite, e le donne gli chiusero la porta in faccia con molta educazione. Una sera, al bar, un vecchio gli spiegò il problema senza di parole: “Voi siete bravo, dottore, ma siete di passaggio. Zia Carmela resta.”

A novembre, una notte di pioggia, qualcuno bussò alla porta Era un ragazzino di dieci anni, bagnato che lo pregava di andare subito da zia Carmela. Il dottore prese la borsa e corse giù per il paese, convinto di trovare la vecchia La trovò invece in piedi, accanto a un letto dove era sdraiata una bambina di otto anni, pallidissima, con le ginocchia strette contro la pancia. La madre piangeva in un angolo. Zia Carmela gli disse, senza salutarlo: “Questa non è roba mia. È roba vostra.

Era un'appendicite, e stava per diventare una peritonite. Il dottor Ravera la riconobbe in pochi secondi, ma fu colpito soprattutto dal fatto che l'avesse riconosciuta anche la vecchia, senza strumenti e senza laurea, toccando la pancia della bambina con due dita. L'ospedale più vicino era a Matera, a quattro ore di strada. Non c'era tempo. Il dottore operò sul tavolo della cucina, alla luce di tre lampade a petrolio, con gli strumenti nuovissimi che fino a quel momento non aveva mai usato su un essere umano. Zia Carmela gli faceva da infermiera. Gli passava le gli asciugava la fronte e, nei momenti più difficili, pregava a bassa voce in dialetto.

La bambina si salvò. Al mattino, quando la febbre cominciò a scendere, il dottore e la vecchia si sedettero sul gradino della porta, uno accanto all'altra, a bere un caffè così cattivo che entrambi lo trovarono ottimo. Fu lei a parlare per prima. Disse che lei sapeva curare le cose piccole, e sapeva riconoscere quelle grandi, quelle che non erano per lei. Il guaio, disse, era che nessuno le aveva mai dato un medico a cui mandarle. Prima di lui, in paese, i medici duravano sei mesi e se ne andavano senza aver imparato il nome di nessuno.

Da quel giorno, a San Mauro Forte, i malati cominciarono a salire Ci salivano, però, con un biglietto di zia Carmela, scritto con una calligrafia incerta su un pezzo di carta da zucchero: “Per il dottore. Tosse cattiva.” Oppure: “Per il dottore. Questa la potete rimandare a me.” Il dottor Ravera, in cambio, imparò da lei i nomi delle erbe della valle, a quali si poteva credere e a quali no. Scoprì che alcune funzionavano davvero. Scoprì soprattutto che, prima di visitare qualcuno, bisognava chiedergli come stava sua madre.

Doveva restare un anno. Rimase trentaquattro. Si sposò, non con la fidanzata di Torino, che non volle saperne di trasferirsi in Basilicata, ma con la maestra del paese. Quando zia Carmela morì, nel 1961, fu lui a firmare il certificato di morte. Alla voce “professione”, dopo averci pensato a lungo, non scrisse come gli suggeriva il segretario comunale. Scrisse: “Collega”.

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1. Why did nobody come to the doctor's surgery at first?

2. What did the old man at the bar say was the real problem?

3. What impressed the doctor on the night of the operation?

4. What did the doctor write as zia Carmela's profession on her death certificate?