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Short story

La bottega di Cremona

A young Japanese woman comes to Cremona to learn violin-making from a taciturn old master, who for months lets her do nothing but scrape and sand wood.

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Words to know (12)
  • l'acero · maple
  • la liuteria · violin-making
  • la pialla · plane (tool)
  • il raschietto · scraper
  • carteggiare · to sand
  • la vescica · blister
  • controluce · against the light
  • le nocche · knuckles
  • la fascia · rib (side of a violin)
  • il liutaio · violin-maker
  • l'archetto · bow (for a violin)
  • l'etichetta · label

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Il maestro Ennio Ghisolfi faceva violini a Cremona da cinquantacinque anni in una bottega di via Platina, stretta e lunga, che odorava di legno di colla animale e di vernice. Non aveva mai avuto apprendisti, perché diceva che i giovani avevano fretta e che il legno non sopporta la gente che ha fretta. Quando, nel settembre del 2014, si presentò alla sua porta una ragazza giapponese di ventiquattro anni, che parlava un italiano scolastico e teneva in mano una lettera di raccomandazione della scuola di la squadrò da capo a piedi e le chiese soltanto: “Lei ha pazienza?” Lei rispose di sì. Lui disse che lo dicevano tutti.

La ragazza si chiamava Haruka. Aveva studiato violino a Osaka fin da bambina, e a diciotto anni aveva capito che non sarebbe mai diventata una grande violinista, ma che le sarebbe piaciuto moltissimo costruire gli strumenti per chi lo sarebbe diventato. Il maestro Ghisolfi la prese in prova per un mese. Il primo giorno le diede una tavola di abete rosso della Val di Fiemme, una e un e le disse di renderla liscia. Non le spiegò perché, né quanto liscia. Poi tornò al suo banco e non le rivolse più la parola fino a sera.

Per quattro mesi Haruka non fece altro. Piallava, raschiava, tavole di abete e di e il maestro, alla fine di ogni giornata, passava il pollice sulla superficie, scuoteva la testa e la buttava nella stufa. Non diceva mai che cosa non andava. Haruka tornava a casa, nella stanza in affitto sopra una pasticceria, con le mani piene di e la sera scriveva alla madre che il maestro era un uomo saggio. Alcune sere, quelle in cui era più stanca, scriveva invece che era un vecchio pazzo. Non spediva né le une né le altre.

A gennaio, un pomeriggio di nebbia, il maestro passò il pollice sulla tavola e non la buttò nella stufa. La tenne in mano a lungo, la girò verso la finestra per guardarla la batté con le e avvicinò l'orecchio. Poi la posò sul banco e disse: “Domani cominciamo.” Haruka dovette andare in bagno a piangere, perché non voleva farsi vedere. Quando tornò, il maestro aveva preparato il caffè per due, cosa che non era mai successa prima.

Da quel giorno il maestro cominciò a parlare. Le insegnò a disegnare le forme, a piegare le con il ferro caldo, a scavare le volte del fondo e del piano seguendo spessori che non scriveva da nessuna parte e che conosceva soltanto con le dita. Le raccontò dei grandi del Seicento e del Settecento che avevano lavorato a pochi passi da lì, e del fatto che nessuno, in trecento anni, aveva capito davvero il loro segreto. “Perché non c'è un segreto”, aggiunse. “C'è solo la pazienza. E la pazienza non si può copiare.”

Il primo violino di Haruka fu pronto in autunno, dopo un anno di lavoro. Il maestro lo prese, lo montò, lo accordò e lo suonò per la prima volta nella bottega, un pomeriggio di ottobre, mentre fuori pioveva. Suonò per pochi minuti una melodia lenta che Haruka non conosceva. Il suono era ancora un po' chiuso, un po' timido, come succede agli strumenti nuovi. Ma sotto quel suono c'era qualcosa, una specie di calore, che fece tacere tutti e due.

Quando ebbe finito, il maestro posò e chiese a Haruka di prendere da incollare dentro la cassa, quella piccola striscia di carta su cui ogni scrive il proprio nome, la città e l'anno. Haruka scrisse il nome del maestro, come si usava nelle botteghe, dove gli strumenti degli apprendisti portano il nome di chi insegna. Il maestro lesse la strappò e gliene diede un'altra. “Il legno l'hai piallato tu”, disse. “Quattro mesi. Scrivi il tuo nome.”

Haruka scrisse il suo nome, e sotto: “Cremona, 2015”. Oggi ha una bottega tutta sua, a due strade da quella di via Platina, dove il maestro Ghisolfi non lavora più. Ha tre apprendisti. Il primo giorno dà a ciascuno una tavola di abete, una e un e chiede di renderla liscia. Non spiega perché. Ma, a differenza del maestro, alla fine della giornata non la butta nella stufa: la mette da parte, su uno scaffale in fondo alla bottega, dove ce ne sono già decine. Dice che le servono per ricordarsi quanto è lunga la strada.

Comprehension check

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1. Why had the maestro never taken apprentices?

2. What did Haruka do for her first four months?

3. What was the "secret" of the great violin makers, according to the maestro?

4. Why did the maestro tear up the first label?