Short story
Quaranta giorni in risaia
In 1951 a seventeen-year-old girl from Emilia leaves home for the first time to weed the rice fields near Vercelli, and recalls, decades later, the forty days that changed her life.
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Words to know (12)
- la risaia · rice field, paddy
- la tesa · brim
- il cucciolo · puppy, cub
- la mondina · rice weeder (woman)
- l'erbaccia · weed
- la sanguisuga · leech
- il pagliericcio · straw mattress
- il fienile · hayloft, barn
- il caporale · foreman, overseer
- l'argine · embankment
- lo sciopero · strike
- il diserbante · weedkiller
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Partii per la il 20 maggio 1951, dalla stazione di Mirandola, con un sacco di tela, un paio di calze di cotone, un cappello di paglia a larga e un pacchetto di pane e mortadella che mia madre mi aveva preparato piangendo. Avevo diciassette anni e non ero mai stata più lontana di Modena. Sul treno eravamo duecento donne, forse di più: ragazze come me, madri di famiglia, vecchie che facevano la stagione da trent'anni e che ci guardavano con un misto di pietà e di divertimento, come si guardano i che stanno per imparare cos'è il mondo.
Andavamo a fare le nelle campagne intorno a Vercelli. Il lavoro durava quaranta giorni, il tempo della monda, cioè di togliere a mano le che crescevano tra le piantine di riso. Si lavorava otto ore al giorno, con l'acqua fino al ginocchio, piegate in due, sotto il sole o sotto la pioggia, con le zanzare che ci mangiavano vive e le che si attaccavano alle gambe. La paga era poca, ma alla fine della stagione, oltre ai soldi, ci davano un sacco di riso, e in quegli anni un sacco di riso, a casa, voleva dire un inverno senza fame.
I primi giorni pensai di morire. La schiena mi faceva così male che la sera non riuscivo a raddrizzarmi, e nella cascina dove dormivamo, su stesi per terra in un grande piangevo in silenzio per non farmi sentire. Fu la Gina a salvarmi. Era una donna di Reggio, sui quarant'anni, con le braccia forti e una voce bellissima, che faceva la stagione da quando ne aveva quindici. Mi insegnò a muovere le mani senza alzare la schiena, a legare le calze sopra il ginocchio per le a mettere il fazzoletto bagnato sotto il cappello. E mi insegnò a cantare.
In si cantava sempre. Non solo per passare il tempo, ma perché il canto teneva il ritmo del lavoro, come un remo, e perché era l'unico modo di parlare senza farsi sentire dal che camminava e ci controllava. Cantavamo canzoni d'amore, canzoni di lavoro, canzoni che prendevano in giro i padroni, e certe volte, quando il era lontano, canzoni che sarebbe meglio non scrivere. La Gina cominciava una strofa, e le altre rispondevano, e la intera, per chilometri, si riempiva di voci di donne.
Fu in che imparai una parola che a casa non avevo mai sentito: Successe alla fine della terza settimana. Il padrone della cascina voleva che lavorassimo un'ora in più al giorno, senza aumentare la paga. Una mattina, invece di entrare in acqua, ci fermammo tutte con le braccia conserte. Il urlò, minacciò, chiamò il padrone, che arrivò in automobile con la faccia rossa. Noi non ci muovemmo. La Gina, davanti a tutte, gli disse con calma che le ore erano otto, e che otto sarebbero rimaste. Io tremavo come una foglia, ma rimasi al mio posto.
Alla sera il padrone cedette. Non so se per paura, o perché il riso non aspetta, e senza di noi le lo avrebbero soffocato. Quella notte, nel nessuno dormì. Si cantò fino all'alba, e io capii una cosa che non ho più dimenticato: che da sola non avrei potuto niente, ma che duecento donne piegate in due nell'acqua, quando si raddrizzano tutte insieme, fanno paura anche a un uomo in automobile.
Tornai a casa ai primi di luglio, con un sacco di riso sulle spalle, le gambe piene di cicatrici e la pelle così scura che mia madre, alla stazione, non mi riconobbe subito. Feci la stagione per altri sei anni, finché arrivarono i e le macchine, e le non servirono più. Poi mi sposai, lavorai in fabbrica, diventai delegata sindacale, cosa che a diciassette anni non avrei saputo neanche pronunciare.
Ho ottantasette anni, adesso. Quando mia nipote mi chiede che cosa ho imparato nella vita, le dico che ho imparato tutto in quaranta giorni, con l'acqua fino al ginocchio. Lei ride, perché crede che scherzi. Allora le canto una strofa di quelle che mi insegnò la Gina, e lei smette di ridere.
Comprehension check
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1. Besides money, what did the rice weeders receive at the end of the season?
2. Why did the women always sing in the rice fields?
3. What caused the strike?
4. What did the narrator learn from the strike?