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Short story

Il ritratto del podestà

In a small town in the Marche in 1936, a penniless painter is commissioned to paint the podestà's official portrait and discovers how dangerous it is to paint a man exactly as he is.

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Words to know (12)
  • il podestà · town head appointed under Fascism
  • campare · to scrape a living
  • sbiadito · faded
  • l'usciere · usher, town-hall messenger
  • il compenso · fee, payment
  • traboccare · to overflow
  • svogliato · half-hearted, lazy
  • annidarsi · to lurk, nest
  • disfattista · defeatist
  • lo scantinato · basement
  • la pinacoteca · picture gallery
  • la targhetta · small label, plaque

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Nel 1936 il pittore Oreste Mancini viveva a Fermo, nelle Marche, in una soffitta sopra una farmacia, e dipingendo santi per le parrocchie di campagna e ritratti di defunti per le vedove, che glieli commissionavano portandogli una fotografia e piangendo per due ore. Era bravo, ma aveva un difetto che gli impediva di diventare ricco: dipingeva quello che vedeva. Le vedove se ne accorgevano soltanto a lavoro finito, quando riconoscevano nel quadro il marito com'era davvero, con la piega cattiva della bocca e lo sguardo di chi ha sempre fatto i conti in tasca agli altri.

Un mattino di maggio salì le scale della soffitta un del Comune, in divisa e con un'aria di grande importanza, per comunicargli che il il commendator Gualtiero Sbarbati, desiderava un ritratto ufficiale da appendere nella sala del consiglio, accanto a quello del re. Il era di cinquecento lire, cifra che Mancini non aveva mai visto tutta insieme. Accettò senza pensarci, e se ne pentì alla prima seduta.

Il commendator Sbarbati era un uomo basso, largo, con il collo che dal colletto della camicia nera e un paio di baffetti che sembravano disegnati a matita da un bambino Posava in piedi, con una mano sul fianco e il mento sollevato, guardando un punto lontano sopra la testa del pittore, dove secondo lui si trovava il destino della Nazione. Ogni tanto si dava un'occhiata nello specchio che si era fatto portare, e correggeva la posa. Parlava continuamente: della battaglia del grano, dell'Impero appena proclamato, dei nemici interni che si dappertutto, perfino, diceva, tra i pittori.

Mancini dipinse per sei settimane. Il giorno in cui tolse il telo dal quadro, nella sala del consiglio c'erano il il segretario del fascio, il parroco, due maestre e il farmacista, che era venuto per curiosità. Ci fu un silenzio lunghissimo. Il ritratto era magnifico. Il commendatore c'era tutto: il collo, i baffetti, il mento sollevato, ma anche, e soprattutto, la paura. Perché Mancini, in sei settimane di chiacchiere, aveva capito una cosa che nessun altro in città aveva capito: che quell'uomo aveva una paura terribile di tutto, e che proprio per questo urlava.

Il segretario del fascio fu il primo a parlare. Disse che il quadro era “di gusto Il parroco disse che era “molto somigliante”, e capirono tutti che non era un complimento. Il non disse niente. Guardò il ritratto a lungo, con la faccia di chi si trova davanti a uno specchio che non aveva chiesto, poi ordinò di coprirlo e uscì dalla sala senza salutare. Le cinquecento lire non furono pagate. Il quadro finì nello del Comune.

Nei giorni seguenti Mancini ricevette due visite della polizia e una lettera anonima in cui gli si consigliava di cambiare aria. Cominciò a fare le valigie. Ma la sera prima della partenza bussò alla porta della soffitta una donna con il velo in testa, che si presentò come la moglie del Disse che era andata a vedere il quadro nello di nascosto, con la chiave “Vent'anni che sono sposata”, disse, “e lei è il primo che l'ha visto come lo vedo io.”

Gli diede una busta con cinquecento lire, i suoi risparmi di dieci anni, e gli chiese di dipingere un altro ritratto, per lei sola: il marito come avrebbe potuto essere se non avesse avuto paura. Mancini ci lavorò tutta la notte, a memoria. All'alba il quadro era pronto. Mostrava un uomo basso e largo, senza camicia nera, seduto sotto un fico, che rideva con la bocca aperta e teneva in braccio un gatto. La donna lo guardò, pianse, e se lo portò via avvolto in un lenzuolo.

Mancini partì per Roma quella mattina stessa e non tornò più a Fermo. Il primo ritratto fu ritrovato nello del Comune nel 1975, durante dei lavori, e oggi è esposto nella civica, con una che lo attribuisce a “pittore marchigiano ignoto”. Del secondo non si seppe più nulla. Si dice che la vedova del morta molti anni dopo, lo tenesse appeso in camera da letto, e che ai nipoti che le domandavano chi fosse quell'uomo sotto il fico rispondesse sempre: “Uno che ho conosciuto poco.”

Comprehension check

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1. What was the "defect" that kept Mancini from getting rich?

2. What did the portrait reveal about the podestà?

3. What did the podestà's wife ask Mancini to paint?

4. Where is the first portrait today?