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Short story

Il tema in bianco

Rome, 1968: at the school-leaving exam, a student hands in an almost blank essay, and the young examiner has to decide whether silence can be an answer.

Tap a dotted word for its meaning.

Words to know (12)
  • l'esame di maturità · school-leaving exam
  • la traccia · essay topic, prompt
  • il foglio protocollo · large folded exam sheet
  • intonso · untouched, blank
  • bocciare · to fail (a student)
  • inopportuno · out of place, inappropriate
  • acconsentire · to agree, consent
  • a rate · in instalments
  • il verbale · official record, minutes
  • l'imputato · the accused, defendant
  • ritagliare · to cut out
  • ingiallito · yellowed

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Nel luglio del 1968 Livia Ferri aveva ventisei anni ed era al suo primo incarico come commissaria agli esami di in un liceo classico del quartiere Prati, a Roma. Era stata nominata all'ultimo momento, per sostituire un professore anziano che si era ammalato, e si presentò il primo giorno con un tailleur blu comprato apposta e la sensazione di essere lei, e non i ragazzi, quella che doveva superare l'esame. Gli altri commissari erano tutti uomini sopra i cinquant'anni, e la trattavano con la gentilezza un po' distratta che si riserva alle figlie dei colleghi.

Quell'anno l'aria era strana. Nelle università si occupavano le aule, nelle piazze si manifestava, e anche nei licei, che pure erano più tranquilli, i ragazzi portavano i capelli lunghi e parlavano di cose che i professori fingevano di non sentire. La del tema d'italiano, scelta dal Ministero, chiedeva di riflettere sul “valore della tradizione nella formazione del cittadino”. Livia la lesse ad alta voce, davanti a quaranta studenti in camicia bianca, e si accorse che alcuni sorridevano.

Alla fine delle sei ore, mentre raccoglieva i fogli, Livia ne trovò uno quasi vuoto. Era quello di Marco Sabatini, un ragazzo magro dagli occhi molto seri che durante la prova non aveva mai alzato la testa. Il foglio era con il timbro della scuola e la firma, e in mezzo alla pagina una sola frase, scritta con una calligrafia regolare: “Non ho niente da dire che voi vogliate sentire.”

In commissione scoppiò un piccolo scandalo. Il presidente, un preside di Frosinone con la cravatta stretta e la pazienza corta, propose di senza nemmeno sentirlo all'orale. Il professore di latino parlò di provocazione, quello di storia di influenze politiche. Livia, che fino a quel momento non aveva quasi aperto bocca, si sentì dire, con una voce che non riconobbe come sua, che quella frase non era vuota: era una risposta. Sbagliata, forse, arrogante, ma una risposta. E che la scuola, se voleva dare un voto, aveva almeno il dovere di chiedere che cosa significasse.

Il presidente la guardò come si guarda una figlia che ha detto qualcosa di a tavola. Poi, per non perdere altro tempo, il ragazzo sarebbe stato ascoltato all'orale, e Livia lo avrebbe interrogato lei, sotto la sua responsabilità. Marco Sabatini si presentò due giorni dopo, con la stessa camicia bianca e la stessa faccia seria. Livia non gli fece domande sul programma. Gli chiese soltanto di dire ad alta voce quello che non aveva scritto.

Marco parlò per quaranta minuti. Parlò di suo padre, operaio in una cartiera di Isola del Liri, che aveva lasciato la scuola a dieci anni e ora pagava a i libri di greco del figlio. Parlò della tradizione come di una casa in cui si era sentito ospite e mai padrone: una casa piena di Dante e di Manzoni, che amava, e di porte chiuse, che odiava. Disse che non voleva distruggerla, quella casa, ma che voleva poterci entrare senza bussare. Citò Leopardi a memoria, sbagliò una data, si corresse. Alla fine si fermò di colpo, arrossì e chiese scusa per aver parlato troppo.

Fu promosso con sessanta sessantesimi, il voto più alto. Il presidente firmò il senza commenti, ma a fine giornata, uscendo, si fermò accanto a Livia e le disse a bassa voce che in trent'anni di esami non aveva mai sentito un ragazzo parlare così, e che forse, ogni tanto, bisognerebbe lasciarli parlare prima di scrivere. Livia non seppe che cosa rispondere. Tornò a casa a piedi, lungo il Tevere, e pianse un po', senza sapere bene perché.

Cinquant'anni dopo, nel 2018, Livia Ferri ricevette una lettera. Era di un magistrato in pensione che si chiamava Marco Sabatini. Diceva che in tutta la sua carriera, prima di emettere una sentenza, si era sempre chiesto se aveva davvero ascoltato o soltanto le carte. E che aveva cominciato a farsi quella domanda un giorno di luglio del 1968, davanti a una giovane professoressa con il tailleur blu. In fondo alla lettera, e incollato con lo scotch c'era un foglio quasi vuoto. Sotto l'unica frase, con un'altra penna e una calligrafia più tremante, ne aveva aggiunta una seconda: “Grazie per aver voluto sentire.”

Comprehension check

0/4 answered

1. What was written on Marco's essay sheet?

2. What did Livia argue in the examiners' meeting?

3. How did Marco describe tradition at the oral exam?

4. What did Marco become, and what did he add to the old sheet?