Deep End
← Mastery stories

Short story

Il brigante e il tenente

Basilicata, 1863: a young Piedmontese lieutenant, sent south to fight brigandage, spends one night guarding a captured brigand, and by dawn is no longer sure which of them is the outlaw.

Tap a dotted word for its meaning.

Words to know (12)
  • la graduatoria · ranking, list
  • il plotone · platoon
  • appollaiato · perched
  • l'imboscata · ambush
  • lacero · tattered
  • la taglia · bounty
  • la masseria · farmstead (southern Italy)
  • stentato · halting, laboured
  • recintare · to fence off, enclose
  • la leva · conscription
  • il macinato · grinding (of grain); tax on milling
  • il bagno penale · penal colony, prison

Select any text to highlight it, or a word to translate it or save it to your flashcards.

Il tenente Carlo Alberto Ferrero di Ventimiglia, ventiquattro anni, nato a Torino, uscito dall'Accademia militare con il terzo posto in e un'idea molto chiara dell'Italia, arrivò in Basilicata nel marzo del 1863 con il suo di bersaglieri. Aveva l'ordine di dare la caccia alle bande di briganti che infestavano i boschi del Vulture e che, secondo i giornali di Torino, erano composte di criminali, assassini e nostalgici del re Borbone pagati dal papa. Il tenente ci credeva. Non aveva motivo di non crederci. Del Sud conosceva soltanto quello che aveva letto nei giornali di Torino.

Nei primi due mesi non vide un brigante. Vide invece paesi poverissimi, sulle colline come nidi di rondine, dove i bambini andavano scalzi anche a marzo, le donne portavano l'acqua dalla fonte in brocche di terracotta e gli uomini lo guardavano passare con occhi neri e muti, senza togliersi il cappello. Nessuno parlava con i soldati. Nessuno sapeva niente. Quando chiedeva la strada, gli rispondevano in un dialetto che non capiva, e il caporale napoletano che gli faceva da interprete diceva che lo prendevano in giro, ma che era meglio non insistere.

A maggio, finalmente, in nel bosco di Monticchio, il catturò un brigante. Era un uomo sui quarant'anni, ferito a una spalla, con la barba nera, un cappello a cono con un nastro rosso e una giacca di velluto Si chiamava Vito Carnevale, era di Rionero, e aveva una sulla testa di cinquecento lire. Lo portarono in una abbandonata per passare la notte, in attesa di condurlo a Melfi la mattina dopo, dove sarebbe stato processato da un tribunale militare e, molto probabilmente, fucilato. Il tenente decise di fargli la guardia di persona.

Per ore restarono seduti uno di fronte all'altro, alla luce di una lanterna, il tenente con la pistola sulle ginocchia, il brigante con le mani legate dietro la schiena. Non si parlavano. Poi, verso mezzanotte, il brigante chiese da bere, e il tenente gli avvicinò la borraccia alla bocca. Il brigante bevve, lo guardò e disse, in un italiano ma comprensibile: “Tenè', tu sì nu signore. 'O veco dalle mani.” Il tenente gli chiese che cosa intendesse. Il brigante rispose che lui, prima di andare nel bosco, faceva il contadino, e che le mani di un signore si riconoscono, perché non hanno mai zappato.

Fu così che cominciarono a parlare. Il brigante raccontò. Raccontò della terra che il barone di Rionero aveva dopo l'Unità, togliendo ai contadini il diritto di far pascolare le capre e di raccogliere la legna nei boschi, come si era sempre fatto. Raccontò della obbligatoria, che i Borboni non avevano mai imposto e che i piemontesi avevano portato insieme alla bandiera, e che gli aveva preso il figlio maggiore per sette anni. Raccontò delle tasse nuove sul che si pagavano anche sul grano che si mangiava. Raccontò di un fratello fucilato davanti alla chiesa senza processo, perché qualcuno aveva detto che aveva dato del pane ai briganti. “Allora so' ghiuto nel bosco”, concluse. “Che aveva da fà?”

Il tenente ascoltò tutto senza interrompere. Avrebbe potuto rispondere molte cose: che la legge era la legge, che l'Italia era stata fatta anche per lui, che i briganti uccidevano e rapivano e bruciavano le Lo sapeva, era vero. Ma, nella buia, davanti a quell'uomo legato che parlava di capre e di grano, gli sembrò che le parole dei giornali di Torino diventassero di carta, leggere, inutili. Pensò a suo padre, che aveva combattuto per l'Unità con le lacrime agli occhi. Si chiese che cosa avrebbe pensato, il padre, di un'Italia in cui un contadino di Rionero finiva fucilato per aver dato del pane.

All'alba il brigante dormiva, con la testa appoggiata al muro. Il tenente lo guardò a lungo. Poi uscì nel cortile, dove i bersaglieri si preparavano alla partenza, e diede l'ordine di mettersi in marcia per Melfi. Non lo liberò. Non era un uomo da romanzo, e non lo diventò quella notte. Lo consegnò al tribunale militare, come era suo dovere. Ma alla corte, interrogato, testimoniò per tre ore. Parlò della terra del fratello fucilato, delle tasse sul Parlò così a lungo e con tanta ostinazione che il presidente del tribunale, un colonnello lombardo, dovette richiamarlo all'ordine due volte.

Vito Carnevale non fu fucilato. Fu condannato a vent'anni di lavori forzati e spedito in un penale in Toscana, da dove uscì nel 1883, vecchio e quasi cieco. Il tenente Ferrero fu trasferito per punizione in una guarnigione sulle Alpi, dove fece una carriera lentissima e non arrivò mai a colonnello. Nel 1884, un mattino, ricevette una lettera. Era scritta da un prete di Rionero, per conto di un vecchio che non sapeva scrivere. Diceva soltanto: “Tenè', so' turnato a casa. 'O bosco nun ce sta cchiù. Ce stanno 'e capre. Grazie.” Il generale in pensione Carlo Alberto Ferrero di Ventimiglia la tenne nel portafoglio fino alla morte.

Comprehension check

0/4 answered

1. What did the lieutenant believe about brigands before he arrived?

2. How did the brigand know the lieutenant was a gentleman?

3. Which of these is NOT a reason the brigand gives for going into the woods?

4. What did the lieutenant do at the military court?