Short story
L'ultimo carnevale della Repubblica
Venice, 1797: an old mask-maker watches the thousand-year Republic dissolve without a fight, and decides what to do with the last mask he will ever make for a Venetian carnival.
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Words to know (12)
- lo squero · boatyard (Venice)
- il ridotto · gaming house (18th-century Venice)
- la moretta · black velvet mask held by a button in the teeth
- lo zecchino · sequin (Venetian gold coin)
- spiantato · penniless
- lo scioglimento · dissolution
- la coccarda · cockade
- scalpellare · to chisel
- la biacca · white lead (paint)
- foderato · lined
- par chi torna a balar (veneziano) · for whoever comes back to dance (Venetian)
- nissun (veneziano) · nobody (Venetian)
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Nel febbraio del 1797 il carnevale di Venezia fu, a detta di tutti, il più splendido che si ricordasse, e nessuno sapeva che sarebbe stato l'ultimo. La Serenissima Repubblica aveva più di mille anni, un Doge vecchio e timoroso, un Senato che discuteva di tutto per non decidere niente, una flotta che marciva negli dell'Arsenale e un esercito che esisteva soprattutto sulla carta. Al di là della terraferma, in Lombardia, un generale francese di ventisette anni avanzava di vittoria in vittoria. Ma a Venezia si ballava. Si ballava nei palazzi, nei nelle piazze, come si balla sul ponte di una nave che affonda, quando l'orchestra ha ricevuto l'ordine di non smettere.
Mastro Zuane Bortolin faceva maschere da cinquantadue anni in una bottega dietro le Mercerie, a due passi da San Marco. Era il più bravo della città: le sue baute, i suoi volti bianchi, le sue di velluto nero che le dame tenevano ferme stringendo un bottone fra i denti, erano ricercate dai patrizi, dagli ambasciatori, perfino dai principi stranieri in viaggio. Quell'inverno lavorò come non aveva mai lavorato, giorno e notte, con tre garzoni, e mise da parte abbastanza da poter chiudere bottega e vivere di rendita. Era un uomo felice. O almeno, così diceva a sua moglie.
Ma mastro Zuane, che non era un filosofo, aveva fatto in mezzo secolo di mestiere un'osservazione che i filosofi avrebbero invidiato: aveva notato che a Venezia la maschera non serviva a nascondersi, ma a diventare uguali. Sotto la bauta, il patrizio e il gondoliere, la dama e la cortigiana, il nobile e il mercante arricchito si confondevano, si parlavano, giocavano alla stessa tavola, senza che nessuno potesse dire chi fosse chi. Era, diceva lui, l'unica forma di repubblica vera che Venezia avesse mai conosciuto, e durava sei mesi all'anno.
In maggio i francesi arrivarono sulle rive della laguna. Il Gran Consiglio, convocato per l'ultima volta il 12 maggio, votò lo della Repubblica senza combattere, mentre fuori, nella piazza, si sentivano gli spari di qualche soldato schiavone fedele e le grida della folla che non capiva. Si raccontò poi che il Doge, tornato nelle sue stanze, si fosse tolto il corno ducale, il copricapo dei dogi, e lo avesse dato al servitore, dicendogli di portarlo via, che non serviva più. Mastro Zuane, quella sera, chiuse la bottega e camminò fino alla Piazzetta, dove la gente si radunava senza sapere che cosa aspettare.
Nei giorni che seguirono vide cose che non avrebbe mai pensato di vedere. Vide piantare in piazza San Marco un albero della libertà, intorno al quale ballavano giovani con la tricolore che, tre mesi prima, compravano da lui le maschere per andare al Vide bruciare il Libro d'oro della nobiltà, fra gli applausi. Vide i leoni di San Marco via dai palazzi, uno per uno, perché il leone era il simbolo dell'antico governo. E vide, nella primavera dell'anno dopo, arrivare gli austriaci, ai quali i francesi avevano venduto Venezia come si vende un cavallo, e che proibirono le maschere per strada.
Fu allora che mastro Zuane prese una decisione. Con gli messi da parte, invece di chiudere bottega, comprò il miglior cartone, la migliore il miglior velluto che si potesse trovare, e cominciò a lavorare a una maschera sola. Ci lavorò tutto l'inverno, di nascosto, con le imposte chiuse, da solo, perché i garzoni se n'erano andati. Era una bauta, ma diversa da tutte quelle che aveva fatto. Era bianca, liscia, senza alcun ornamento, con due fori per gli occhi e niente altro. Non aveva espressione. O meglio, a seconda della luce e del punto da cui la si guardava, le aveva tutte.
Quando la finì, la ripose in una cassetta di legno di noce, di seta, con un biglietto scritto di suo pugno. Poi chiuse la cassetta con un lucchetto e la consegnò al parroco di San Zulian, pregandolo di tenerla in sacrestia finché qualcuno, un giorno, non fosse venuto a chiederla. “Chi la chiederà?”, domandò il prete. “Qualcuno che vuol ballare”, rispose il vecchio. Il parroco lo prese per matto, ma accettò. Mastro Zuane morì due anni dopo, in una Venezia austriaca, silenziosa, senza carnevale.
La cassetta rimase nella sacrestia di San Zulian per centottant'anni, passando da un parroco all'altro come un oggetto di cui nessuno ricordava più la provenienza. Nel 1979, quando un gruppo di giovani veneziani decise di far rinascere il carnevale, che la città non festeggiava più da quasi due secoli, uno di loro, cercando vecchi costumi nelle chiese, la trovò. Il lucchetto si aprì al primo colpo. Dentro c'era la maschera bianca, intatta. E il biglietto, ingiallito, che diceva, nel veneziano del Settecento: “Par chi torna a Che sapia chi xe chi.” Per chi torna a ballare. Che nessuno sappia chi è chi.
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1. What had mastro Zuane observed about masks in Venice?
2. How did the Republic end, according to the story?
3. What was special about Zuane's last mask?
4. When and how was the mask found?