Short story
Il diario del fante
1917: a peasant soldier from the Murge keeps a pocket diary through the retreat from Caporetto to the Piave; fifty years later his granddaughter, a history student, reads it for the first time.
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Words to know (12)
- la fanteria · infantry
- il baule · trunk, chest
- il pidocchio · louse
- il rancio · army rations, mess
- la ritirata · retreat
- le masserizie · household goods
- il geniere · military engineer, sapper
- uagliò · boy, lad (Apulian, Neapolitan)
- la pagnotta · loaf of bread
- la masseria · farmstead (southern Italy)
- il frontespizio · title page
- il bollettino · official war bulletin
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Rosa trovò il diario nell'estate del 1967, in fondo a un nella casa del nonno ad Altamura, mentre la famiglia svuotava le stanze per venderla. Era un quadernetto con la copertina di tela nera, grande quanto una mano, legato con uno spago. Sulla prima pagina, con una calligrafia grossa e faticosa, c'era scritto: Vito Pellicani, soldato di nato ad Altamura il 3 marzo 1897. Il nonno era morto l'inverno prima. Nessuno in famiglia sapeva che avesse tenuto un diario. Del resto della guerra non parlava mai, e quando qualcuno gli chiedeva qualcosa rispondeva con un proverbio, o cambiava discorso.
Rosa studiava storia a Bari. Si sedette sul e cominciò a leggere. Il nonno aveva fatto la terza elementare, e si vedeva: le parole erano scritte come si pronunciano, le doppie andavano e venivano, la punteggiatura era un'opinione. Ma il racconto era chiaro. Le prime pagine erano dell'estate del 1917, sull'Isonzo: il fango, i il freddo, le lettere della madre scritte dal parroco, un compagno di Gravina morto sul Carso con una lettera in tasca che non aveva fatto in tempo a spedire. Poi, alla data del 24 ottobre, la calligrafia cambiava, si faceva più piccola e più veloce, come se la mano avesse fretta.
“24 ottobre. Stanotte gas e cannoni. La mattina nebbia, non si vedeva niente. A mezzogiorno dicono che i tedeschi sono a Caporetto, dietro di noi. Il tenente dice che non è vero. Alle quattro il tenente non c'è più.” Rosa rilesse due volte l'ultima frase. Poi andò avanti. Le pagine seguenti erano la le strade intasate di carri e di cannoni abbandonati, i civili con le sulle spalle, la pioggia, la fame, i soldati che gettavano i fucili nei fossi, le case vuote frugate per un pezzo di pane. “Nessuno comanda”, scriveva il nonno. “Camminiamo dove va la gente.”
Il 30 ottobre il nonno arrivò al Tagliamento. Il ponte della Delizia, vicino a Codroipo, scriveva, era così pieno di gente che non si poteva andare né avanti né indietro, e la sera i lo avevano fatto saltare con gli uomini ancora sopra. Lui era passato due ore prima. Accanto a quella pagina c'era una macchia scura, che poteva essere fango, o vino, o qualcos'altro. Rosa non volle saperlo. Più avanti c'era una sola riga in dialetto, ripetuta due volte, come una preghiera: s'adda turnà a casa.” Ragazzo, bisogna tornare a casa. Rosa si ricordò che il nonno diceva sempre così, a tavola, quando uno dei nipoti partiva. Lei aveva sempre creduto che fosse soltanto un modo di dire.
Poi, il 9 novembre, il Piave. “Siamo arrivati al fiume. Qui ci fermiamo, dicono. Un capitano che non conosco ci ha messo in fila, ci ha contati, ci ha dato un fucile nuovo e una in due. Ha detto: di qua non si passa più. Nessuno ha risposto. Io pensavo che se passavano di qua arrivavano fino a casa mia, e allora ho preso il fucile.” Rosa sorrise per la prima volta. Il nonno non aveva combattuto per la patria, né per il re, né per Trento e Trieste, che non sapeva dove fossero. Aveva combattuto perché dietro il Piave, in fondo a tutte quelle strade, c'erano le Murge, la le pecore, la madre.
Il diario continuava per tutto l'inverno, sul Piave e poi sul Grappa, con le stesse cose di prima, il freddo, il fango, i compagni morti, ma con un tono diverso, quasi tranquillo. Il nonno aveva imparato i nomi dei paesi veneti e li scriveva come li sentiva pronunciare. Aveva fatto amicizia con un sardo che non capiva una parola di quello che diceva lui, e con cui, scriveva, si capiva benissimo. Aveva ricevuto dalla madre un pacco di taralli e li aveva divisi con il sardo, il quale gli aveva dato in cambio un pezzo di formaggio così duro che ci si poteva piantare un chiodo.
L'ultima pagina era del 4 novembre 1918. C'era scritto soltanto: “Finita. Domani si torna.” Poi, sotto, con un'altra penna e una calligrafia più ferma, forse di molti anni dopo: “Non è vero che si torna. Si arriva a casa, ma non si torna.” Rosa chiuse il quaderno e rimase a lungo seduta sul nella stanza mezza vuota, mentre fuori, nel cortile, gli uomini del trasloco caricavano sul camion il letto del nonno.
Rosa portò il diario a Bari e lo trascrisse a macchina, correggendo l'ortografia ma non le parole. Due anni dopo ne fece l'argomento della sua tesi di laurea, che intitolò, con una certa audacia per l'epoca, La guerra vista dal basso. Il professore che la seguiva, un vecchio ufficiale degli alpini, lesse la trascrizione in una notte e gliela restituì con una sola osservazione, scritta a matita sul “Più vero di tutti i La tesi ebbe il massimo dei voti. Il quadernetto nero, invece, Rosa non lo prestò mai a nessuno. Lo tenne sul comodino per tutta la vita, e quando i nipoti partivano, a tavola, diceva anche lei: s'adda turnà a casa.
Comprehension check
0/4 answered
1. What does the diary entry of 24 October say about the lieutenant?
2. Why does Rosa smile when she reads the entry about the Piave?
3. What does the note added later under the last entry mean?
4. What did Rosa do with the diary?