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Short story

Le venti parole di nonna Nunzia

A Milanese grandson goes to Naples to persuade his grandmother to sell her ground-floor home in Forcella; she agrees, on one condition: he must first learn twenty words of Neapolitan.

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Words to know (12)
  • il basso · one-room ground-floor home (Naples)
  • guagliò (napoletano) · boy, lad (Neapolitan)
  • accussì sicco (napoletano) · so thin (Neapolitan)
  • nun se venne (napoletano) · nothing gets sold (Neapolitan)
  • assettate (napoletano) · sit down (Neapolitan)
  • impagliato · with a woven straw seat
  • 'o cumpare (napoletano) · close family friend, best man (Neapolitan)
  • arrepezzà (napoletano) · to patch up, mend (Neapolitan)
  • rattoppare · to patch
  • non fare una piega · not to bat an eyelid
  • dint'a 'na buatta (napoletano) · inside a tin can (Neapolitan)
  • ccà se resta (napoletano) · here we stay (Neapolitan)

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Davide era nato a Milano, da padre napoletano e madre bergamasca, e del napoletano conosceva soltanto le canzoni che il padre cantava sotto la doccia e qualche parolaccia, che il padre non cantava ma diceva, in macchina, soprattutto in tangenziale. Quando la nonna Nunzia, ottantasette anni, vedova, rifiutò per la terza volta di vendere il suo di Forcella a una società che voleva farne un bed and breakfast, la famiglia decise di mandare lui. Aveva trent'anni, faceva il consulente finanziario, e in famiglia si diceva che sapesse convincere chiunque di qualunque cosa.

Il era una stanza sola, al pianterreno, con la porta sulla strada e una tendina di plastica a strisce al posto della porta d'estate. Dentro c'erano un letto, un tavolo, una cucina a gas, un televisore sempre acceso e una Madonna di gesso con le lucine intermittenti. La nonna lo accolse sull'uscio, lo squadrò dalla testa ai piedi e gli disse: e chi t'ha fatto A Milano nun se mangia?” Davide, che aveva capito una parola su tre, rispose che a Milano si mangiava benissimo. La nonna scosse la testa, come davanti a una bugia evidente, e mise l'acqua sul fuoco.

Le spiegò la proposta durante il pranzo, con i grafici sul telefono: la cifra, che era alta, la casa in un quartiere tranquillo, un ascensore, una badante. La nonna ascoltava, mangiava e ogni tanto diceva “eh” in un modo che poteva voler dire tutto. Alla fine si pulì la bocca con il tovagliolo e disse che avrebbe venduto. Davide quasi si strozzò. Ma c'era una condizione: prima di firmare, lui doveva imparare venti parole di napoletano. Non venti parole a caso: venti parole scelte da lei, una al giorno, e doveva capirle, non solo ripeterle. “Si no, nun se niente.”

Davide pensò che fosse un capriccio da vecchia, e che venti giorni a Napoli, lavorando da remoto, si potevano sopportare. Accettò. La prima parola fu siediti, e la nonna gliela insegnò facendolo sedere su una sedia davanti alla porta, sulla strada, dove sedeva lei, e lasciandolo lì due ore, a guardare passare il quartiere. La seconda fu “'o vico”, il vicolo, e Davide la imparò seguendo la nonna lungo tutto il vicolo, porta per porta, a salutare gente che gli toccava la faccia e gli diceva che era tutto il nonno. La terza fu “'a fella”, la fetta, e il quarto giorno era “'o ppane”.

Ogni parola, si accorse a poco a poco Davide, era una porta. “'O lo portò dal salumiere, che era stato testimone di nozze della nonna e gli raccontò il matrimonio del 1956, con la sposa arrivata in carrozza e il prete ubriaco. “'O suonno” fu un pomeriggio passato a scoprire che la nonna, quando dormiva, parlava con il nonno morto, e che il nonno, secondo lei, rispondeva. che significa aggiustare alla meglio, la imparò guardando la nonna rammendargli una camicia che lui avrebbe buttato, e ascoltando come lei, in sessant'anni, aveva un marito, cinque figli, un terremoto e due guerre di camorra in fondo al vicolo.

Intorno alla decima parola, Davide cominciò a capire il napoletano anche quando la nonna non glielo spiegava. Capiva le liti dalle finestre, i prezzi urlati al mercato, le bestemmie affettuose del salumiere. Intorno alla quindicesima smise di guardare il telefono a tavola. Intorno alla diciottesima, una sera, si accorse di aver risposto a una vicina in napoletano, senza pensarci, e che la vicina non aveva fatto una La nonna, che aveva sentito, non disse niente, ma quella sera gli fece la pasta e patate con la provola, che era il piatto delle feste.

La diciannovesima parola fu “'a casa”. Davide protestò che quella la sapeva anche in italiano. La nonna gli rispose che no, che non la sapeva, e lo portò in giro per il vicolo a guardare le porte aperte. Da ognuna usciva qualcuno a salutarli, a offrire un caffè, a chiedere della salute. Disse che a Milano la casa finisce dove finisce il muro, e che a Forcella la casa comincia dove finisce il muro. Che lei, in un appartamento con l'ascensore, sarebbe stata al sicuro, pulita, servita. E sola. “Comme a 'nu pesce dint'a 'na disse. Come un pesce in una scatoletta.

Il ventesimo giorno Davide aspettò l'ultima parola. La nonna non gliela disse. Disse che era la più importante, e che doveva trovarla da solo. Davide passò la giornata a pensarci, sulla sedia davanti alla porta, guardando il vicolo. La sera chiamò la società del bed and breakfast e annullò l'appuntamento con il notaio. Poi chiamò il padre a Milano e gli disse, in un napoletano ancora incerto ma comprensibile, che la casa non si vendeva. Quando rientrò, la nonna stava apparecchiando per due. Lui le disse soltanto: “Nonna, se resta.” Lei alzò gli occhi dal tavolo e sorrise, e Davide capì che era quella, la ventesima parola. Non una parola: una frase. E che il napoletano non gliel'aveva insegnato la nonna. Glielo aveva insegnato il vicolo.

Comprehension check

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1. Why did the family send Davide to Naples?

2. What was the grandmother's condition for selling?

3. What did the grandmother mean by "'a casa" in Forcella?

4. What was the twentieth "word"?