Short story
Il falsario di Siena
Siena, 1912: a brilliant forger of medieval paintings learns that a genuine fourteenth-century Madonna is about to be sold abroad, and saves it the only way he can: by swearing he painted it himself.
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Words to know (12)
- il primitivo · early Italian painter, painting before 1500
- il falsario · forger
- la perizia · skill, expertise
- balbuziente · stammering
- il tarlo · woodworm
- la predilezione · fondness, preference
- la tutela · protection
- la soprintendenza · office for the protection of art and monuments
- il mitomane · fantasist, attention-seeker
- scontare · to serve (a sentence)
- ritrattare · to retract
- magari · if only! / maybe
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Agli inizi del Novecento, Siena era piena di americani, di inglesi e di tedeschi che venivano a comprare i le tavole dipinte su fondo oro del Trecento e del Quattrocento, con le Madonne dagli occhi allungati e i santi rigidi come pali, che fino a pochi decenni prima nessuno voleva e che ora, chissà perché, valevano una fortuna. Siena era anche piena di che quelle tavole le fabbricavano, con una che in qualche caso superava quella degli originali. Il più bravo di tutti era un uomo di quarant'anni, gentile, timido, che aveva una bottega di restauratore in via di Città e si chiamava Arturo Pianigiani.
Arturo non si considerava un truffatore. Si considerava un pittore del Trecento nato per sbaglio cinquecento anni dopo. Conosceva i segreti delle botteghe antiche meglio di qualsiasi professore: preparava le tavole di pioppo con la tela e il gesso, stendeva la foglia d'oro con la pietra d'agata, macinava i colori con le sue mani, mescolava i pigmenti all'uovo come prescriveva un trattato del Trecento che sapeva a memoria. Poi invecchiava le opere con il fumo, con il calore del forno, con piccole crepe disegnate ad arte, con fori di fatti con un trapano da orologiaio. Le vendeva ad antiquari di Firenze, che le rivendevano agli stranieri. Non firmava mai. Diceva che la firma era l'unico peccato che non avrebbe mai commesso.
Nella primavera del 1912 venne a sapere, da un antiquario fiorentino, che un collezionista americano, un industriale di Pittsburgh con un museo privato e una per le Madonne senesi, stava per acquistare una tavola dalla pieve di un paesino della Val d'Orcia. Era una Madonna col Bambino, del 1340 circa, attribuita a un allievo dei grandi maestri senesi. La pieve era povera, il tetto crollava, il parroco aveva bisogno di soldi e la legge sulla delle opere d'arte, appena approvata, era ancora piena di buchi. Entro un mese la Madonna sarebbe partita per l'America, imballata in una cassa, e nessun senese l'avrebbe più vista.
Arturo andò a vederla. Rimase davanti alla tavola per due ore, in silenzio, nella pieve gelida, con il cappello in mano. La conosceva. L'aveva vista da bambino, quando sua madre lo portava lì per la festa dell'Assunta, e ricordava gli occhi della Madonna, malinconici e un po' ironici, che sembravano seguirlo dovunque andasse. Era la Madonna da cui, a sette anni, aveva deciso di diventare pittore. Era, ne fu sicuro guardandola di nuovo, l'opera più bella che avesse mai visto. E sapeva meglio di chiunque che era autentica, perché nessun nemmeno lui, avrebbe saputo dipingere quegli occhi.
Tornato a Siena, non dormì per tre notti. Poi prese una decisione che stupì tutti quelli che lo conoscevano. Si presentò alla chiese di parlare con il direttore, e dichiarò, balbettando ma senza esitare, che la Madonna della Val d'Orcia era falsa. L'aveva dipinta lui, nel 1904, e l'aveva venduta di nascosto al vecchio parroco, sostituendola all'originale, che era andato distrutto in un incendio. Lo dichiarò per iscritto, con la firma, davanti a un notaio. Era la prima volta in vita sua che firmava qualcosa che riguardasse la pittura.
La notizia fece il giro dell'Italia e arrivò fino a Pittsburgh. L'industriale americano ritirò l'offerta in giornata, perché un falso, per quanto bello, non valeva niente. Il parroco della pieve, furioso, minacciò di denunciare Arturo. La aprì un'inchiesta. Gli esperti vennero da Firenze, da Roma, perfino da Berlino, esaminarono la tavola, discussero, litigarono, scrissero articoli. Alcuni dissero che era evidentemente falsa, e che si capiva dalla doratura. Altri dissero che era evidentemente autentica, e che Arturo era un Nessuno riuscì a dimostrare niente. Nel frattempo, la Madonna restò dov'era, nella pieve, perché nessuno voleva comprare un'opera che forse era falsa.
Arturo fu processato per truffa e condannato a otto mesi di carcere, che senza protestare. La sua reputazione di che prima era un segreto conosciuto da tutti, diventò di dominio pubblico. Nessun antiquario volle più lavorare con lui. Passò il resto della vita a fare il restauratore onesto, per poche lire, e a dipingere, la domenica, piccoli quadri suoi, firmati, che non vendeva a nessuno. Non mai la sua dichiarazione. A chi gli chiedeva se la Madonna della Val d'Orcia l'avesse dipinta davvero lui, rispondeva sempre la stessa cosa, balbettando:
Morì nel 1949. Negli anni Settanta, con le nuove analisi scientifiche, i raggi X, l'esame dei pigmenti e del legno, fu stabilito senza ombra di dubbio che la Madonna della Val d'Orcia era autentica, dipinta intorno al 1340, e che non era mai stata sostituita. Oggi è esposta nella Pinacoteca di Siena, in una sala tutta per lei. Accanto alla tavola c'è una piccola targa che racconta la sua storia e che si conclude con una frase scelta dal direttore del museo. Dice: “Salvata dall'unico falso che Arturo Pianigiani abbia mai firmato.”
Comprehension check
0/4 answered
1. How did Arturo see himself?
2. How did Arturo know the Madonna was genuine?
3. How did he stop the sale to the American?
4. What did he answer when asked if he had really painted it?