Short story
L'ultima lezione
Padua, 1958: on the day of his last lecture, an old professor of Latin palaeography puts away his notes and talks to his students about the mistakes, complaints and jokes that medieval copyists left in the margins.
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Words to know (12)
- la paleografia · palaeography, the study of old handwriting
- il copista · copyist, scribe
- lo scrittoio · scriptorium, writing room
- la pergamena · parchment
- la didascalia · caption
- tramandare · to hand down
- campare di · to make a living from
- altrui · other people's
- il codice · codex, manuscript book
- capitolare · belonging to a cathedral chapter
- il gesso · chalk
- il bidello · caretaker, janitor
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Il professor Ottavio Ferrante tenne la sua ultima lezione il 30 maggio 1958, nell'aula che gli studenti di Padova chiamavano ancora, per ragioni che nessuno ricordava, l'aula dei Pellegrini. Aveva settantacinque anni, quarantadue dei quali passati a insegnare latina, cioè l'arte di leggere le scritture antiche, che lui definiva, quando era di buon umore, l'arte di indovinare con metodo. La legge lo mandava in pensione. Lui non aveva protestato, ma non aveva neppure festeggiato: aveva detto alla moglie, la sera prima, che si sentiva come un orologio a cui hanno tolto il pendolo e che continua a fare tic tac per abitudine.
L'aula era piena. C'erano gli studenti del corso, una ventina, e poi i colleghi, gli assistenti, qualche vecchio allievo venuto apposta da Venezia e da Ferrara, perfino il rettore, seduto in prima fila con l'aria di chi deve andare via presto. Tutti si aspettavano un discorso solenne, un bilancio, magari un congedo commosso. Il professore salì in cattedra, appoggiò sul tavolo una cartella di appunti, la guardò per qualche secondo e la richiuse. “Oggi”, disse, “non vi parlerò delle scritture. Vi parlerò di chi scriveva. Non degli autori, che sono morti famosi, ma dei che sono morti senza nome.”
Raccontò che per mille anni, prima della stampa, ogni libro era stato copiato a mano, lettera per lettera, da uomini e qualche volta da donne, chiusi negli dei monasteri, al freddo, con la luce che entrava da finestre strette e se ne andava presto. Erano persone pazienti, disse, ma non sante. E siccome nessuno le ringraziava, avevano preso l'abitudine di lamentarsi nei margini. Lui, in quarant'anni, di quelle lamentele ne aveva raccolte a centinaia. Le aveva ricopiate su piccoli cartoncini, e i cartoncini, aggiunse sorridendo, erano la sola parte del suo lavoro che non avesse mai pubblicato.
Ne lesse qualcuno, traducendo dal latino. Uno, in fondo a una pagina di sant'Agostino, scriveva che l'inchiostro era cattivo, la pelosa e il giorno buio. Un altro, alla fine di un lungo commento ai Salmi, ringraziava Dio perché presto sarebbe stato notte. Un terzo avvertiva il lettore che tre dita reggono la penna, ma tutto il corpo fatica. Un quarto, che doveva avere fame, aveva disegnato nel margine un pesce con la questo non è per voi. Gli studenti ridevano. Il rettore, in prima fila, guardò l'orologio, poi non lo guardò più.
Poi il professore si fece serio. Disse che i sbagliavano, e che i loro errori erano preziosi. Un errore, spiegò, è una finestra: se un scrive una parola per un'altra, noi capiamo che cosa aveva davanti, come leggeva, che cosa si aspettava di trovare. Gli errori si da una copia all'altra come i tratti di famiglia, il naso o il mento, e studiandoli si può ricostruire l'albero genealogico di un testo, risalire di copia in copia, di secolo in secolo, fino a un originale che nessuno ha mai visto. “Noi filologi”, disse, “siamo i soli al mondo che degli errori Trattateli con rispetto.”
Infine raccontò dell'ultima nota che aveva trovato, l'anno prima, in un della biblioteca di una città che non volle nominare. Era in fondo a un manoscritto di Virgilio, con un inchiostro più chiaro del resto, di una mano incerta. Diceva, più o meno: io, frate tal dei tali, ho finito questo libro nel mio settantesimo anno, e non so se ne comincerò un altro; chi lo legge preghi per me, e se trova un errore me lo perdoni, perché non ci vedo più bene. Il professore tacque. Nell'aula non si sentiva volare una mosca.
“Io ho settantacinque anni”, disse alla fine. “Ci vedo ancora abbastanza bene, ma ho fatto anch'io i miei errori, e alcuni di voi li hanno copiati nei loro quaderni. Vi chiedo di fare quello che si fa con gli errori dei non cancellateli. Studiateli. Vi diranno come leggevo.” Poi prese il scrisse sulla lavagna, in una bella minuscola carolina, la parola latina explicit, che i mettevano alla fine dei libri e che vuol dire, più o meno, è finito, e posò il sulla cattedra.
Ci fu un lungo applauso. Il rettore gli strinse la mano e se ne andò in fretta, come previsto. Gli studenti uscirono lentamente. L'ultima a uscire fu una ragazza di Rovigo, Lidia Marchetto, che in tre anni non aveva mai fatto una domanda. Si fermò davanti alla lavagna, guardò la parola e, invece di cancellarla, come facevano ogni sera i prese un pezzo di e ci scrisse sotto, con una grafia meno elegante ma chiara, un'altra parola: incipit, comincia. Il professore, che la guardava dalla porta, non disse niente. Trent'anni dopo, quando Lidia Marchetto tenne a sua volta l'ultima lezione, nella stessa aula, cominciò raccontando questa storia, e confessò di aver passato la vita a cercare il manoscritto di quel frate che non ci vedeva più bene, senza trovarlo mai.
Comprehension check
0/4 answered
1. What did the audience expect, and what did the professor do instead?
2. Why, according to the professor, are copyists' mistakes valuable?
3. What does he ask his students to do with his own mistakes?
4. What is the meaning of the word Lidia adds under "explicit"?