Short story
La villa sul lago d'Orta
1926: a young teacher from Novara is hired to tutor the silent son of a Milanese cotton magnate at his lakeside villa, and discovers that the boy has been talking all along, but only to the gardener, and only in dialect.
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Words to know (11)
- la darsena · boathouse dock
- il glicine · wisteria
- la filatura · spinning mill
- lo stampatello · block capitals
- calafatare · to caulk (a boat)
- il pontile · jetty, landing stage
- a penzoloni · dangling
- il sillabario · spelling book, primer
- la lavagnetta · small slate
- la gratifica · bonus
- il battello · lake steamer, ferry
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Teresa Bellini arrivò a Orta San Giulio in una mattina di giugno del 1926, con una valigia di cartone, un diploma di maestra preso a Novara l'anno prima e una lettera del parroco che diceva di lei, con qualche esagerazione, che era la ragazza più istruita della provincia. La villa dei Colombo stava sulla riva, un poco fuori dal paese: tre piani di intonaco giallo, una un giardino in discesa fino all'acqua, con le camelie, le magnolie e un pergolato di che a giugno aveva già dato il meglio di sé. Davanti, a poche centinaia di metri, l'isola di San Giulio galleggiava sul lago come una nave di pietra, con il campanile per albero maestro.
Il commendator Colombo aveva tre nella valle dell'Olona e una moglie morta da due anni. Ricevette Teresa nello studio, senza farla sedere, e le spiegò il lavoro in poche frasi, come si dà un ordine a un capo reparto. Il figlio, Ugo, aveva otto anni e non parlava. Non era sordo, i medici di Milano lo avevano escluso; non era muto di nascita, perché fino alla morte della madre aveva parlato come tutti i bambini, anzi più di tutti. Dal giorno del funerale non aveva più detto una parola. “Lei gli insegnerà a leggere e a scrivere”, concluse il commendatore. “Se parlerà, bene. Se non parlerà, che almeno scriva.”
Per tutta l'estate Teresa fece del suo meglio. Il bambino era docile, attento, imparava le lettere con una rapidità che la sorprendeva, copiava sul quaderno frasi intere senza un errore. Ma non apriva bocca. Quando lei gli faceva una domanda, rispondeva con un cenno della testa o scriveva la risposta in con una grafia ordinata da notaio. Teresa provò con le favole, con i giochi, con le canzoni; provò perfino, una sera, a fingere di essersi fatta male a una caviglia, sperando in un grido. Ugo le portò una sedia e un bicchiere d'acqua, in perfetto silenzio.
Fu per caso che scoprì la verità. Una mattina di settembre, uscita presto per una passeggiata, scese verso la e sentì delle voci. Una era quella roca di Battista, il giardiniere, un vecchio di Pella, sull'altra sponda, che lavorava per i Colombo da prima che il commendatore nascesse. L'altra era una voce di bambino. Teresa si fermò dietro il Battista stava una barca, e Ugo, seduto sul con le gambe a gli parlava con calma, in dialetto, come un piccolo vecchio: gli chiedeva se il lago, d'inverno, gelava, e se i pesci dormivano sotto il ghiaccio.
Teresa non disse niente a nessuno. Il giorno dopo andò a cercare Battista nell'orto. Il vecchio non negò. Il bambino, spiegò, gli parlava da più di un anno, ma solo a lui, e solo in barca o in dove nessuno della casa veniva mai. Parlava in dialetto perché la madre, che era di Omegna, con il figlio parlava sempre così, quando il marito non c'era, come aveva parlato da bambina. L'italiano era la lingua del padre, delle visite, dei medici. “Il dialetto era la lingua della mamma”, disse Battista. “Io credo che gli faccia meno male.”
Teresa ci pensò per una notte intera. La mattina seguente, invece di aprire il chiese a Battista di portarli all'isola. Durante la traversata il vecchio raccontò, come si raccontava da secoli, la storia di San Giulio, che era arrivato sul lago senza una barca e aveva attraversato l'acqua in piedi sul proprio mantello, e che sull'isola aveva trovato serpenti e draghi e li aveva cacciati via tutti. Ugo ascoltava con gli occhi fissi sull'acqua. Poi, senza guardare la maestra, chiese a Battista: “E ij serpent, dova a son andàit?” E i serpenti, dove sono andati? Teresa, che il piemontese lo sapeva dalla culla, gli rispose nello stesso modo: “A l'han traversà 'l lagh, e a son andàit a Milan.” Hanno attraversato il lago e sono andati a Milano. Ugo la guardò e, per la prima volta da quando lei lo conosceva, rise.
Da quel giorno le lezioni si fecero in barca, e in due lingue. Ugo raccontava in dialetto, Teresa scriveva in italiano sulla lui leggeva, correggeva, copiava. Lentamente, una parola alla volta, l'italiano passò dalla lavagna alla bocca del bambino. A Natale, quando il commendatore salì da Milano per le feste, il figlio lo accolse in fondo alle scale e gli disse “Buongiorno, papà”, in un italiano pulito, da scuola. Il commendatore rimase immobile, poi si chinò, e Teresa vide che gli tremavano le mani.
Più tardi, nello studio, la ringraziò e le chiese come avesse fatto. Lei glielo spiegò. Il commendatore ascoltò fino in fondo e poi, con la voce di sempre, disse che in casa sua il dialetto non si era mai parlato e non si sarebbe parlato, e che da gennaio il bambino sarebbe andato in collegio a Milano, dove avrebbe imparato a parlare come si deve. Teresa tornò a Novara a febbraio, con una buona lettera di referenze e una di cento lire. Battista la accompagnò al Prima di salutarla guardò l'isola e disse, come un proverbio: “Ij sgnor a cambio, ël lagh a resta.” I signori cambiano, il lago resta. Quarant'anni dopo Teresa ricevette una cartolina da Orta. Era firmata Ugo Colombo, e c'era scritto, in dialetto, soltanto: “Ij serpent a son ancora a Milan.”
Comprehension check
0/4 answered
1. According to Battista, why did Ugo speak only in dialect, and only to him?
2. How did Teresa change her way of teaching?
3. How did the father respond once he learnt how his son had started speaking?
4. What does the postcard Teresa receives forty years later suggest?