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Short story

Il gondoliere e la pittrice

Venice, 1891: an English watercolourist hires a gondolier to take her to the picturesque spots, and he insists, in Venetian, on showing her the city she has not come to paint.

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Words to know (12)
  • nubile · unmarried (of a woman)
  • sulla scorta di · on the basis of
  • xe za (veneziano) · is already (Venetian)
  • dipenzer (veneziano) · to paint (Venetian)
  • scrostato · peeling, flaking
  • il calafato · caulker (shipyard worker)
  • la chiglia · keel
  • sbilenco · crooked, lopsided
  • al capezzale · at the bedside
  • gnente (veneziano) · nothing (Venetian)
  • la fondamenta · canal-side street (Venice)
  • la bricola · mooring post in the lagoon

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Nella primavera del 1891 Miss Harriet Ashdown, di Bath, quarantaquattro anni, acquerellista di discreto talento e di indiscutibile tenacia, prese in affitto una gondola con gondoliere per tre mesi, per dipingere Venezia. Aveva con sé una cassetta di colori inglesi, un cavalletto pieghevole, un ombrellino bianco e un elenco di vedute compilato a Londra sulla delle guide più autorevoli: il Canal Grande dal ponte di Rialto, la Salute al tramonto, San Giorgio dalla Riva degli Schiavoni, il Ponte dei Sospiri con un'opportuna malinconia. Il gondoliere si chiamava Toni Zennaro, aveva trent'anni, una voce da baritono e un'opinione su tutto.

Il primo giorno Toni la portò davanti alla Salute, come richiesto, e la guardò dipingere per tre ore in perfetto silenzio, il che, per un veneziano, rappresenta uno sforzo considerevole. Il secondo giorno la portò a Rialto. Il terzo, mentre Miss Ashdown sistemava il cavalletto per la seconda Salute della settimana, Toni sospirò, si appoggiò al remo e disse, rivolto più al cielo che a lei: “Siora, ma la su tute le cartoline. Cossa ghe serve ancora?” Miss Ashdown, che di veneziano capiva poco ma di tono moltissimo, gli rispose in un italiano letterario e sostenuto che il suo compito era remare.

Toni remò. Ma da quel giorno cominciò, con la pazienza di chi ha secoli di diplomazia nel sangue, a sbagliare strada. Per andare a San Giorgio passava dal rio della Tana, tra i muri dell'Arsenale, dove i martellavano le Per andare al Ponte dei Sospiri passava da Castello, sotto le corde da cui pendevano lenzuola, mutande e camicie come bandiere di una nazione sconosciuta. Miss Ashdown protestava, ma intanto guardava. E un giorno, in un rio di Cannaregio, davanti a una casa con una vecchia affacciata e un gatto addormentato su un vaso di gerani, chiese a Toni di fermarsi.

Quel giorno dipinse per quattro ore, e il risultato non le piacque. Le sembrò sporco, sbagliato, troppo vero. Lo strappò. Toni, che l'aveva guardata lavorare con l'aria di un medico al raccolse i pezzi dall'acqua e li stese ad asciugare sul fondo della gondola. “Siora, no la ga sbaglià disse. “La ga dipinto quel che la ga visto. la prima volta.” Miss Ashdown gli chiese che cosa intendesse. Toni le rispose che fino a quel giorno lei aveva dipinto quello che si aspettava di vedere, e che Venezia, a chi la guarda così, mostra soltanto le cartoline.

Nelle settimane seguenti Miss Ashdown non dipinse più né la Salute né San Giorgio. Dipinse le donne che lavavano i panni sulle i bambini che si tuffavano dai ponti, i venditori di zucca barucca che giravano per le calli con le pentole fumanti, un funerale su una barca nera che scivolava verso San Michele. Toni le insegnava i nomi delle cose in veneziano: il “rio”, la il “sotoportego”, la il palo di legno conficcato nella laguna. Lei, in cambio, gli insegnava qualche parola d'inglese, che Toni ripeteva con una pronuncia così disastrosa da farla ridere fino alle lacrime, cosa che, a Bath, non le capitava da circa vent'anni.

A giugno, l'ultima sera, Miss Ashdown chiese a Toni di portarla dove voleva lui. Toni la portò, al tramonto, in mezzo alla laguna, oltre le Nove, dove non c'era niente da vedere: soltanto acqua, cielo e, in lontananza, la linea scura della città. Si fermò e smise di remare. Rimasero così, in silenzio, finché il sole non scomparve. “Questa la Venessia”, disse Toni alla fine. “Quela vera. No la se pol Miss Ashdown, per la prima volta in tre mesi, non tirò fuori i colori.

Tornata a Londra, presentò a una galleria di Bond Street una cartella di cinquanta acquerelli veneziani. Il gallerista li sfogliò con crescente imbarazzo. Disse che erano tecnicamente ammirevoli, ma che il pubblico inglese non avrebbe mai comprato una Venezia di lenzuola stese e muri Voleva la Salute al tramonto. Miss Ashdown raccolse la cartella e uscì. Non espose mai quegli acquerelli. Li tenne in una cassa, nella sua casa di Bath, fino alla morte, avvenuta nel 1923, e li lasciò per testamento a un museo di Venezia, insieme a una lettera.

Il museo li accolse con cortesia e li mise in un magazzino, dove rimasero settant'anni. Furono riscoperti negli anni Novanta da una giovane studiosa, che li espose in una piccola mostra intitolata “L'altra Venezia”. Ebbero un successo inatteso: i veneziani si riconoscevano in quei rii, in quei panni stesi, in quelle vecchie alla finestra. Nella vetrina centrale c'era la lettera di Miss Ashdown, scritta in un italiano letterario e un po' antiquato. Diceva che quegli acquerelli non erano suoi, ma di un gondoliere chiamato Toni Zennaro, che le aveva insegnato a vedere. In fondo, con una calligrafia più incerta, c'era una frase in veneziano, probabilmente l'unica che avesse mai scritto: cartoline.”

Comprehension check

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1. What did Miss Ashdown plan to paint in Venice?

2. How did Toni change what she painted?

3. According to Toni, what had she painted before the Cannaregio picture?

4. What did her letter to the museum say?