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Short story

L'ultima parola del vocabolario

A Turin lexicographer has spent forty years writing a great dictionary of Italian, alone, from A to Z; with only a handful of entries left, he has to decide which word will have the last word.

Tap a dotted word for its meaning.

Words to know (11)
  • la stilografica · fountain pen
  • la scheda · index card
  • la voce · entry (in a dictionary)
  • il fascicolo · instalment, part (of a publication)
  • la primogenita · first-born daughter
  • esitare · to hesitate
  • sbloccare · to unblock, get moving
  • intingere · to dip
  • l'eresia · heresy
  • l'arbitrio · arbitrariness
  • la lessicografia · lexicography, dictionary-making

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Il professor Anselmo Rigotti cominciò il suo vocabolario nel 1952, a trentun anni, e nel 1992, a settantuno, era arrivato alla zeta. In quarant'anni aveva scritto, da solo, con una penna e una montagna di di cartoncino, centoventimila definizioni, esempi, etimologie, citazioni di autori dal Duecento al Novecento. Aveva lavorato tutte le mattine, dalle sei a mezzogiorno, in uno studio al quarto piano di una casa di via Po, a Torino, con le pareti coperte di scaffali fino al soffitto e una finestra che dava sui tetti. Il vocabolario era uscito a una lettera alla volta, presso un piccolo editore torinese, e aveva pochi lettori, quasi tutti fedelissimi.

La moglie, Adele, diceva che aveva sposato un uomo e un alfabeto, e che fra i due il secondo era stato il marito più fedele. Lo diceva ridendo, ma non del tutto. In quarant'anni avevano viaggiato pochissimo, perché il professore non voleva interrompere il lavoro. I figli erano cresciuti al ritmo delle lettere: la era nata durante la B, il secondo durante la F, e il terzo, avvenimento che il professore annotò nel diario con un certo stupore, nel bel mezzo della M, che da sola gli aveva preso sei anni. Le vacanze si facevano quando una lettera finiva. La famiglia, per questo, aveva imparato a temere la S.

Arrivato alla zeta, il professore si accorse di una cosa a cui non aveva mai pensato: il vocabolario doveva finire con una parola, e quella parola sarebbe stata, letteralmente, l'ultima. Per decenni non se n'era preoccupato, perché l'ordine alfabetico decide da solo, senza chiedere il parere di nessuno. Ma, consultando i dizionari degli altri, scoprì che ciascuno finiva in modo diverso: chi con “zuzzurellone”, chi con “zuppo”, chi con qualche termine tecnico della zoologia o della botanica che nessuno avrebbe mai usato. L'ultima parola dipendeva da quali parole si decideva di includere. Cioè, in fondo, dall'autore.

Il professore cominciò a Lui, che in quarant'anni non aveva mai esitato davanti a una definizione, che aveva risolto con calma le parole più difficili, “amore”, “Dio”, “essere”, “nulla”, si trovò paralizzato davanti alle ultime venti Rimandava. Riordinava gli scaffali. Correggeva vecchie della A che nessuno aveva mai contestato. Adele lo guardava preoccupata. Capiva quello che lui non voleva capire: che finire il vocabolario significava, in un certo senso, finire. Che cosa avrebbe fatto, la mattina dopo, alle sei, davanti a una scrivania vuota?

Fu la nipote più piccola, Martina, otto anni, a la situazione, senza saperlo. Un pomeriggio, mentre il nonno fissava le entrò nello studio con il suo quaderno di scuola e gli chiese di aiutarla con un compito: doveva trovare, sul vocabolario, una parola che cominciasse con la zeta e scriverne il significato. Il professore le porse il della zeta, ancora in bozze. Martina lo sfogliò e poi disse, delusa, che non le piaceva nessuna, perché erano tutte parole difficili, e lei voleva una parola che si potesse dire alla mamma. Il nonno le chiese quale avrebbe scelto, se avesse potuto. Martina rispose subito: “Zitti!”, che era quello che diceva la maestra quando voleva cominciare una storia.

Il professore rimase a lungo in silenzio. Poi prese una nuova, la penna e cominciò a scrivere. Nel suo vocabolario la parola “zitto”, naturalmente, c'era già, al posto che le spettava, ben prima della fine. Ma lui fece una cosa che in quarant'anni non aveva mai fatto, e che i recensori, in seguito, gli avrebbero rimproverato come aggiunse, dopo l'ultima in ordine alfabetico, una fuori ordine, senza etimologia, senza citazioni d'autore. Una sola riga, che diceva: “Zitti! Esclamazione con cui si chiede silenzio a chi ascolta, quando sta per cominciare una storia.”

Il della zeta uscì nel novembre del 1993. I filologi protestarono, scrissero lettere indignate ai giornali, parlarono di di sentimentalismo, di violazione delle regole elementari della Un professore di Firenze definì quella “la firma di un uomo stanco”. Il professor Rigotti non rispose a nessuno. Il giorno dopo l'uscita del alle sei del mattino, entrò nel suo studio come sempre, si sedette alla scrivania, tolse il cappuccio alla e prese una nuova. Adele, dalla cucina, lo sentì e si spaventò. Andò a vedere.

Il professore aveva scritto, in cima alla una parola sola: “A”. Adele gli chiese, con la che le tremava un poco, se avesse intenzione di ricominciare tutto da capo. Lui alzò gli occhi, sorrise e le disse di no. Disse che quello che cominciava adesso era un altro libro. Un libro di storie, per Martina, che sarebbe cominciato con la prima lettera dell'alfabeto, e avrebbe avuto una storia per ogni parola che gli era piaciuta di più, in quarant'anni. Adele gli chiese quante sarebbero state. Il professore rispose che non lo sapeva. Era la prima volta, disse, che scriveva qualcosa senza sapere come andava a finire. Morì nel 1998. Il libro di storie arrivò alla lettera G. Martina, che oggi insegna lettere, dice che è il vocabolario più bello che sia mai stato scritto.

Comprehension check

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1. How had the family's life been organised around the dictionary?

2. What did the professor realise when he reached Z?

3. Why did Martina choose "Zitti!"?

4. What did the professor begin writing the day after the last fascicle came out?