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Short story

La filanda di via dei Mulini

Near Como in 1902, a thirteen-year-old girl starts work in a silk mill, plunging her hands into boiling water fourteen hours a day, and recalls, as an old woman, the day the girls stopped the machines.

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Words to know (12)
  • la filanda · silk mill
  • la ciminiera · chimney stack
  • il bozzolo · cocoon
  • il baco da seta · silkworm
  • la saggina · broomcorn (for brushes)
  • l'aspo · reel
  • marcio · rotten
  • ammalarsi di petto · to fall ill with a chest disease
  • la filandera · silk-mill worker (woman)
  • scottarsi · to burn oneself
  • la tessitura · weaving mill
  • abolire · to abolish

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Entrai in il 2 maggio del 1902, che avevo tredici anni e due trecce che mia madre mi aveva fatto stretto stretto, perché diceva che i capelli sciolti, vicino alle macchine, portano disgrazia. La era quella dei signori Rusconi, in via dei Mulini, fuori Como, sul torrente, un edificio lungo e basso con le finestre alte e una che fumava giorno e notte. Ci lavoravano trecento donne. Gli uomini erano quattro: il padrone, il direttore, il capo meccanico e il portinaio. Noi ragazze li chiamavamo i quattro evangelisti, perché ci predicavano tutto il giorno e non facevano niente.

Il lavoro era questo. I dei da seta arrivavano dalle campagne in grandi ceste, e noi li mettevamo nelle bacinelle di acqua bollente, per sciogliere la colla che teneva insieme il filo. Poi con una spazzolina di trovavamo il capo del filo, lo prendevamo con le dita e lo passavamo alla macchina, che lo avvolgeva Da ogni veniva un filo lungo quasi un chilometro, sottile come un capello e più forte del ferro, dicevano. Ma per trovarlo bisognava mettere le mani nell'acqua bollente, e tenercele, dalle cinque del mattino alle sette di sera, con mezz'ora per mangiare. Dopo una settimana le mie mani erano rosse e gonfie come due pomodori. Dopo un mese avevano smesso di far male, perché non sentivano più niente.

L'aria della era umida e calda come in una pentola, e puzzava dei morti nei un odore dolce e che ti entrava nei vestiti, nei capelli, nella pelle, e che non se ne andava neanche la domenica, dopo il bagno. Molte ragazze tossivano. Alcune si ammalavano di e dovevano smettere, e non tornavano più. La paga era di sessanta centesimi al giorno, meno le multe: dieci centesimi se arrivavi in ritardo, venti se parlavi, trenta se il filo si rompeva troppe volte. A fine mese, certe volte, delle multe ti restava più di quello che avevi guadagnato. La Teresina, che lavorava accanto a me, una volta si trovò a dover dei soldi al padrone.

Per non impazzire cantavamo. Era proibito, naturalmente, ma il direttore faceva finta di non sentire, perché aveva capito che le ragazze che cantavano lavoravano più in fretta. Cantavamo le canzoni delle che passavano di bocca in bocca e di in piene di amori finiti male e di padroni da maledire. Io non sapevo cantare, ma imparai le parole in una settimana, e mi accorsi presto che, cantando, le ore passavano più in fretta e le mani facevano meno male. Lo dissi a mia madre, una sera. Lei mi disse di non farmi sentire dal prete.

Lo sciopero cominciò nell'autunno del 1903, per una ragione che oggi sembrerebbe piccola. Il padrone decise di allungare la giornata di mezz'ora, senza aumentare la paga, perché la seta si vendeva bene e c'erano molti ordini dalla Francia. Lo annunciò il direttore, un lunedì mattina, leggendo un foglio con la voce di chi non è d'accordo con quello che legge. Nessuna disse niente. Ci mettemmo al lavoro come sempre. Poi, verso le dieci, la Gina, la più vecchia di tutte, che aveva quarant'anni e lavorava in da quando ne aveva otto, tolse le mani dall'acqua, se le asciugò sul grembiule e si alzò in piedi.

Non disse niente. Rimase in piedi accanto alla sua bacinella, con le braccia lungo i fianchi. Dopo un minuto si alzò la Teresina. Poi un'altra, e un'altra, e un'altra ancora, una fila dopo l'altra, finché in tutta la sala, trecento donne erano in piedi, in silenzio, con le mani rosse lungo i fianchi, mentre le macchine giravano a vuoto e l'acqua bolliva nelle bacinelle. Il direttore corse a chiamare il padrone. Il padrone arrivò, urlò, minacciò di licenziarci tutte. Nessuna si mosse. Io tremavo così forte che dovetti appoggiarmi alla bacinella, e mi il fianco, ma non mi sedetti.

Restammo in piedi tre giorni. Non in davanti al cancello, sotto la pioggia, cantando. Le donne del paese ci portavano da mangiare, e i mariti di alcune, che lavoravano nella vicina, si fermarono anche loro, per solidarietà. Il terzo giorno arrivarono i carabinieri a cavallo, ma il maresciallo, che era nipote della Gina, guardò le trecento donne bagnate, guardò il padrone, e disse che non vedeva nessun disordine. Il padrone cedette quella sera stessa. La giornata rimase quella di prima. Le multe per chi parlava furono Quelle per chi cantava non c'erano mai state, ma il padrone, per non perdere la faccia, disse che le lo stesso.

Ho lavorato in per ventun anni, finché la seta artificiale, negli anni Venti, ha fatto chiudere quasi tutte le del lago. Ho ancora le mani rosse, a ottantaquattro anni, e non sento il caldo delle tazze. Quando le mie nipoti mi chiedono che cosa significa la parola sciopero, che studiano a scuola, io non so spiegarglielo con le parole dei libri. Mi alzo in piedi, in cucina, con le braccia lungo i fianchi, e resto zitta. Loro ridono, all'inizio. Poi smettono, e restano zitte anche loro. Credo che abbiano capito.

Comprehension check

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1. Why did the narrator's hands stop hurting after a month?

2. Why did the director pretend not to hear the girls singing?

3. How did the strike begin?

4. How does the narrator explain the word "sciopero" to her granddaughters?