Short story
Le pietre numerate
After the 1976 earthquake in Friuli, an old stonemason and his granddaughter spend years numbering the fallen stones of their town's cathedral, so that it can be rebuilt exactly as it was.
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Words to know (12)
- le macerie · rubble
- murato · walled
- l'abside · apse
- la scossa · tremor, shock
- lo scalpellino · stonemason
- la ruspa · bulldozer
- sgomberare · to clear away
- la discarica · dump, landfill
- la scheggiatura · chip, chipping
- a son int (friulano) · they are people (Friulian)
- polverizzato · pulverised
- mandi (friulano) · goodbye (Friulian)
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La sera del 6 maggio 1976, alle nove meno quattro minuti, la terra del Friuli tremò per cinquantanove secondi. Fu un tempo brevissimo e lunghissimo, che chi lo visse non riuscì mai a misurare. Quando finì, intorno a Gemona e a Venzone non c'era quasi più niente in piedi: case, campanili, scuole, fabbriche erano crollati come castelli di carte, e sotto le c'erano quasi mille morti. A Venzone, piccola città del Trecento, il duomo di Sant'Andrea era ridotto a un mucchio di pietre bianche, da cui spuntava soltanto un pezzo di A settembre, una seconda abbatté anche quello.
Osvaldo Londero aveva settantun anni e aveva fatto lo per tutta la vita, come suo padre e suo nonno, che erano stati anche loro e avevano restaurato, in tempi diversi, quel duomo. Conosceva ogni pietra della facciata come si conoscono le facce dei vicini. Nei giorni dopo il terremoto, mentre i soldati e i volontari scavavano tra le cercando i vivi e i morti, mentre la gente dormiva nelle tende e nelle macchine, Osvaldo passava ore seduto davanti al mucchio di pietre del duomo, a guardarle. Non piangeva. Le guardava come un medico guarda un ferito.
A ottobre arrivarono le Il piano era di le portarle in e costruire, al posto del duomo, una chiesa nuova, moderna, di cemento, più sicura. Lo dicevano gli ingegneri, lo dicevano i politici, e molti, a Venzone, che avevano perso la casa e avevano freddo, erano d'accordo. Osvaldo no. Il giorno in cui la prima si avvicinò alle pietre, lui ci si sedette sopra, con il cappello in testa e le braccia conserte, e disse al conducente che, se voleva portarle via, avrebbe dovuto portare via anche lui. Il conducente, che era di Udine e aveva perso la madre nel terremoto, spense il motore.
Fu così che cominciò. Non solo Osvaldo, ma alcuni professori di Udine, un gruppo di architetti, il parroco, molti abitanti si misero d'accordo per una cosa che nessuno aveva mai fatto: ricostruire il duomo com'era, dov'era, con le sue stesse pietre. Per farlo, bisognava ritrovarle tutte, una per una, riconoscerle, numerarle, fotografarle, e capire da quale punto dell'edificio fossero cadute. Erano migliaia. Furono tolte dal mucchio con le mani, stese in file ordinate su un prato fuori dalle mura, e ciascuna ricevette un numero scritto con la vernice rossa. Osvaldo diventò, senza che nessuno lo nominasse, il capo di quel lavoro.
Lo aiutava la nipote, Graziella, che aveva sedici anni e aveva perso la casa e la scuola. Per tre anni, ogni pomeriggio, dopo le lezioni nella baracca che faceva da scuola, Graziella andava al prato e lavorava con il nonno. Lui guardava una pietra, la toccava, la girava, e diceva dove andava: “Chista e jè de colone dal puarte.” Questa è della colonna del portale. Lei controllava sulle vecchie fotografie, scriveva il numero, compilava una scheda. All'inizio non ci credeva: le sembrava impossibile che il nonno si ricordasse ogni pietra. Poi si accorse che non sbagliava mai.
Una sera di novembre, al tramonto, mentre il freddo cominciava a scendere dalle montagne, Graziella gli chiese come facesse. Osvaldo ci pensò un momento. Poi le disse che ogni pietra di un muro antico porta i segni di chi l'ha lavorata: un colpo di scalpello più profondo, una curva, una una piccola correzione. Che ogni ha una mano, come ogni scrittore una calligrafia. E che lui, in quelle pietre, riconosceva le mani di suo padre, di suo nonno e di uomini morti seicento anni prima, che gli parlavano come vecchi amici. “No son pieris”, disse. “A son Non sono pietre. Sono gente.
Il duomo fu ricostruito tra il 1988 e il 1995, pietra su pietra, nell'ordine in cui le pietre erano state, seguendo i numeri, le schede, le fotografie. Ci vollero anni di lavoro, di discussioni, di battaglie con la burocrazia. Dove le pietre mancavano, perché erano state ne furono messe di nuove, ma di un colore leggermente diverso, perché si vedesse la ferita. Osvaldo non vide la fine dei lavori: morì nel 1987, a ottantadue anni, l'anno prima che la ricostruzione cominciasse davvero. Graziella, che nel frattempo si era laureata in architettura a Venezia, lavorò al cantiere fin dal primo giorno.
Il giorno dell'inaugurazione, nel 1995, Graziella entrò nel duomo con la sua famiglia e camminò fino al portale. Cercò la seconda colonna a sinistra. La trovò, e cercò, su una pietra all'altezza del ginocchio, un piccolo numero rosso, quasi cancellato, che lei stessa aveva scritto diciannove anni prima e che gli operai, per un caso o per una disattenzione, non avevano pulito. Lo toccò. Poi si chinò, e accanto, con una matita, scrisse a lettere piccolissime una parola sola, in friulano, perché la leggesse chi sapeva cercare: In Friuli vuol dire ciao, arrivederci. Ma i vecchi dicono che una volta voleva dire: mi raccomando a te.
Comprehension check
0/4 answered
1. What did the engineers and politicians plan to do at first?
2. How did Osvaldo stop the bulldozer?
3. How could Osvaldo recognise where each stone belonged?
4. Why were the new stones a slightly different colour?