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Short story

La sciura di via Paolo Sarpi

In Milan's Chinatown, a cantankerous old Milanese widow wages war on the new shops in her street, until she discovers that the young Chinese shopkeeper downstairs speaks better Milanese dialect than she does.

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Words to know (12)
  • la sciura (milanese) · lady, Mrs (Milanese)
  • la casa di ringhiera · Milanese tenement with shared balconies
  • il ciabattino · cobbler
  • l'ingrosso · wholesale shop
  • borbottare · to mutter, grumble
  • varda chì (milanese) · look here (Milanese)
  • l'affronto · insult, affront
  • minga (milanese) · not (Milanese)
  • la pelletteria · leather goods
  • la cassoeula · Milanese pork and cabbage stew
  • pirla (milanese) · fool, idiot (Milanese)
  • insipido · tasteless, bland

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La Ernestina Brambilla, vedova Colombo, abitava al terzo piano di una casa di di via Paolo Sarpi, a Milano, da sessantaquattro anni, cioè da prima che la via diventasse quello che lei chiamava, con una smorfia, “la Cina”. Quando c'era arrivata, sposa, nel 1958, sotto casa c'erano una latteria, un una merceria e un'osteria dove il marito andava a giocare a bocce. Adesso c'erano un negozio di telefoni, un ristorante di ravioli al vapore, un parrucchiere con le insegne in caratteri cinesi e un di borse. La Ernestina non era mai entrata in nessuno di questi locali, e se ne vantava.

Ogni mattina, alle otto, scendeva le scale con la borsa della spesa e il bastone e percorreva la via fino al mercato comunale, in milanese, contro tutto: contro i furgoni che scaricavano la merce, contro le lanterne rosse, contro il Comune, contro i giovani, contro il traffico che non c'era più da quando la via era diventata pedonale ma che, secondo lei, c'era stato fino a ieri. “Ma diceva, fermandosi davanti alle vetrine, “in dove semm finii.” Guarda qui, dove siamo finiti. I commercianti la conoscevano e la salutavano con rispetto. Lei non rispondeva mai.

Nel 2016 la latteria sotto casa sua, l'ultima rimasta, che vendeva il latte sfuso alla vecchia maniera, chiuse per la morte del proprietario. Al suo posto aprì un negozio di tè cinesi, gestito da un ragazzo di ventisei anni con gli occhiali e una camicia sempre stirata, che si chiamava Luca Hu. La Ernestina lo considerò un personale. Per settimane, passando davanti alla vetrina, sputò in terra, metaforicamente, perché a ottantasei anni e da milanese non sputava davvero. Disse alla portinaia che quel negozio era la fine di tutto. La portinaia, che era peruviana, annuì per educazione.

Una mattina di gennaio, sul ghiaccio del marciapiede davanti al negozio di tè, la Ernestina scivolò. Non si fece niente di grave, ma non riusciva a rialzarsi, e restò lì, per terra, con la borsa della spesa rovesciata, le arance che rotolavano verso la strada e una rabbia impotente che le faceva tremare il mento. Fu Luca Hu a uscire per primo. La aiutò ad alzarsi, raccolse le arance una per una, la fece entrare nel negozio e la fece sedere su una sedia, accanto alla stufa. Poi, mentre le preparava una tazza di tè, le disse con naturalezza: la se setta giò un moment. La gh'ha de cor.”

La Ernestina lo guardò come si guarda un miracolo, o un'apparizione. Il ragazzo le aveva parlato in milanese. Non un milanese da cartolina, con le due parole che sanno tutti, ma un milanese vero, con l'accento giusto, le vocali giuste, il ritmo delle vecchie di Porta Volta. Gli chiese, quasi con sospetto, dove l'avesse imparato. Luca rise. Disse che era nato a Milano, in quella stessa via, al numero 14, ventisei anni prima, e che lo aveva cresciuto, mentre i genitori lavoravano dodici ore al giorno nel laboratorio di una vicina di casa, la Pina, che di cinese non sapeva niente e di italiano poco, e che a lui parlava soltanto in dialetto.

La Pina la Ernestina se la ricordava benissimo. Era stata sua nemica per quarant'anni, per via di una questione di panni stesi e di un'antica rivalità sulla ricetta della Era morta nel 2009. Luca la ricordava come una seconda nonna. Le raccontò che lo portava a messa in Sant'Ambrogio, che gli insegnava le filastrocche e le parolacce in milanese, che gli aveva fatto imparare a memoria la formazione dell'Inter del 1965 e che, quando lui tornava da scuola con un brutto voto, gli diceva: “Ti te seet un ma un bravo.” La Ernestina, a sentire quella frase, che Pina diceva sempre anche a suo marito, scoppiò a ridere per la prima volta da anni.

Da quel giorno, ogni mattina, la Ernestina, prima di andare al mercato, entrava nel negozio di tè. Non beveva quasi mai il tè, che trovava ma si sedeva accanto alla stufa e parlava con Luca in milanese, per un'ora, di tutto: della Milano di prima, della Pina, di cui cominciò a dire che, in fondo, non era cattiva, ma solo testarda. Luca le insegnava, in cambio, i nomi dei tè e qualche parola di cinese, che lei ripeteva con un accento così brianzolo da far ridere tutti i clienti. In poco tempo, nel negozio, cominciarono a entrare altri vecchi del quartiere. Il negozio di tè divenne, senza che nessuno l'avesse deciso, l'ultima osteria di via Paolo Sarpi.

La Ernestina è morta l'anno scorso, a novantadue anni. Nel testamento ha lasciato a Luca Hu la sua ricetta della scritta a mano, che nessuno in famiglia aveva mai visto, con un'annotazione in fondo, in dialetto: “Ghe pensi mi l'è dumà per i milanes. E ti te seet milanes.” Il “ghe pensi mi”, ci penso io, è solo per i milanesi. E tu sei milanese. Luca l'ha incorniciata e l'ha appesa nel negozio, sopra la stufa, accanto a una fotografia della Pina. D'inverno, il giovedì, nel retrobottega, prepara la per i vecchi del quartiere. Dicono che è buona, ma non come quella di una volta. Luca risponde che nemmeno quella di una volta era come quella di una volta, e i vecchi, in milanese, gli danno ragione.

Comprehension check

0/4 answered

1. How did the sciura feel about the changes in her street?

2. What astonished her after her fall?

3. Who had taught Luca Milanese?

4. What did the sciura leave Luca in her will?